Non c'è Scherma senza Storia

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La scherma affonda la sua origine nella notte in cui nacque l'uomo. Dapprima, con le mani, le pietre e i bastoni, poi con daghe, pugnali, e spade. la storia ci ha lasciato un grande patrimonio di manuali schermistici e specialmente l'Italia ha un inestimabile primato anche in questo, perchè i più bei manuali, i più enigmatici, i più raffinati e i più validi sono stati scritti dagli italiani, nel corso di centinaia di anni, contribuendo a creare un patrimonio di rara grandezza che il mondo ci invidia e che noi dobbiamo imparare a conoscere e sfruttare.

Merito della incontenibile fantasia dei maestri di scherma Italiani.

Ed è la storia che ha prodotto tanti e tali uomini d'arme in Italia che poi nel tempo hanno emigrato creando scuole schermistiche un po' ovunque, specie in Europa, in tempi remoti e anche recenti.

Perchè e come studiare la storia della Scherma

PERCHE'

Quando studiavo da Istruttore assistetti ad una lezione di storia della Scherma. Non nascondo la mia diffidenza sull'argomento, ma vi andai vincendo lo scetticismo. Pensavo che il passato fosse superato completamente dalla tecnica e dalla evoluzione raggiunta ai giorni nostri. Mi compiacqui del fatto che la lezione fu bella e interessante e mi lasciò un desiderio di scoprire il mio manuale preferitom cosa che avvenne nel 2007 spulciando nelle biblioteche nel web. Il sogno di mettere le mani sul manuale poi si concretizz solo qualche anno dopo, con una maturità schermistica diversa da quella di allora. Una mentalità più umile e più cosciente frutto di molte e molte ore di lavoro in pedana e di sviluppo del senso dell'insegnamento. Fortunatamente arrivai anni dopo, e il perchè lo scoprii grazie all'aver studiato bene, una volta in più il manuale moderno della Federazione, specie quello di spada, scritto da Giuseppe Mangiarotti, il primo manuale di Scherma Sportiva Italiano.

Perchè studiare un manuale vecchio di 300 o più anni? Perchè per prima cosa chi lo ha scritto, non l'ha scritto per velleità, ma per dare un valido strumento a chi doveva salvare la vita, durante un combattimento, che in definitiva doveva durare poco e raggiugere lo scopo. Per cui un manuale vecchio o antico, cioè non sportivo, era certamente conciso, raggiungeva rapidamente lo scopo e dava indicazioni pratiche ed efficaci. Anche se in certi casi l'autore si dilunga ampiamente, in altri è tremendamente sitetico. Per Esempio il Libro de las grandeza de la Espada del Carranza raggiunge ampiamente le 650 pagine, mentre altri non arrivano a 150.

COME

Un mauale di scherma si può studiare in moltissimi modi. Uno studioso ne guarderà lo stile narrativo, non sempre avvincente, anzi a volte noiosetto; un giovane potrà trovare immagini e incisioni che in certi testi sono di rara efficacia espressiva; un maestro potrà trovare analogie con le nozioni che già conosce e quindi rafforzarsi in esse, per ravvivarle con un gergo antico per farsi meglio capire dagli atleti e chissà, magari potrà trovare anche qualche gesto o azione che ispirandolo gli farà affinare o introdurre delle novità nel suo gergo schermistico, improntando anche un linguaggio efficace che poi potrà impiegare con i suoi atleti anche in gara, magari anche senza essere capito dagli avversari!

QUALI TESTI E DOVE?

QUALI TESTI

Forse non tutti sanno che l'Italia è costellata di biblioteche. Il numero è sempre in aggiornamento perchè le biblioteche pubbliche e private cambiano sempre e se ne scoprono di nuove di giorno in giorno. Oggi è certamete più facile trovare un testo, rispetto a venti o trenta anni or sono; il web è uno strumento di grande aiuto, dalle enormi potenzialità e più lo si spinge, più è capace. Inoltre la digitalizzazione fornisce possibilità formidabili per consultare testi e compararli stadosene comodi davanti ad un pc, in casa propria, archiviando in pochi cm di spazio un numero gigantesco di dati.

Oggi la scherma sportiva si può dire che comincia dal 1600 circa. Non mi sbaglio se dico che partendo dal testo di Girolamo Carranza, spagnolo, con il suo manuale pubblicato nel 1606 a Madrid incomincia una nuova era della scherma. Le spade si assottigliano, i testi diventano manuali consultabili ovunque perchè tascabili, di piacevole lettura e desiderosi di intrattenere il lettore, dando informazioni utili al maestro e all'allievo. Incomincia una introspezione e un aiuto di maggior spettro verso chi voglia intraprendere l'insegnamento e l'apprendimento. Pur mancando di immagini, evidentemente per contenere i costi e i tempi di stampa e di ristampa, le immagini divennero poche se non nulle, a vantaggio della descrizione dei gesti tecnici, e certe volte anche queste, sono lacunose, forse per lasciare mano libera all'insegnante o peggio per far sì che il lettore si rivolga al maestro per aver delucidazioni in merito a questa o quella postura, frase, tecnica, gesto.

Il XVII secolo

Il secolo XVII il seicento è certamente il secolo più interessante nella scherma. Si affacciano al mondo della stampa numerosi maestri di scherma, figli di scuole eccezionali, con l'intento di colmare il vuoto che si aveva, all'interno delle signorie che si stavano strutturano in tutta l'Italia e non solo. La penisola diventa il terreno di lavoro della scherma, producendo idee e formule, sviluppando concetti e migliorando quelle esistenti, ma anche copiando furbescamente, raggiugedo perfezioni tecniche avanguardistiche mai raggiunte prima.

Il secolo italiano si apre con un Maestro che affonda la sua preparazione nel pieno rinascimento, il fiorentino Marco Docciolini a far data 1601 nella stamperia di Michelangelo Sermartelli a Firenze, pubblica il suo Trattato in materia di scherma, un testo piccolo, discorsivo, con pochissime immagini (un solo disegno geometrico per la verità), in perfetto stile Albertiano, scritto per chi sa leggere, non per villani, ma per cavalieri ben educati alle lettere come si conviene ad uomo che maneggiando l'armi, sia consapevole dei rischi e delle responsabilità che ne consegue.

In dieci anni, seguono almeno tre testi fondamentali per stile e contenuti. A Venezia Nicoletto Giganti e a Palermo Salvator Fabris etrambi nel 1606, mentre a Viterbo per i tipi di Girolamo Discepolo, Torquato Alessandri pubblica il suo Il Cavalier Compito che apre ad una trattatistica che in Italia ancora non era stata introdotta. La struttura letteraria si ispira abilmente al ciclopico testo di Luys Pacheco de Narvaez, il quale a sua volta scrive un numero gigantesco di pagine commentando il testo ufficiale e indiscutibile di Gerolamo Carranza, con l'introduzione di una lirica sulla spada. Così Torquato alla stessa maniera, imposta il suo testo come un discorso di ogni scienza, di ragion di stato, di metheora, di dubbi cavallereschi, e del modo novo di schermir con spada bianca e difendersi senz'armi, ma lo fa aprire con una serie di sonetti e madrigali e in maniera interessante dedica il suo lavoro al Cavaliere Giuseppe Cesari d'Arpino, meglo conosciuto come Cavalier d'Arpino, uno dei più grandi pittori del rinascimento italiano.

Il secondo decennio è aperto da un testo importantissimo per la scherma Italiana; lo scrive Ridolfo Capo Ferro da Cagli, dal titolo emblematico di Gran Simulacro dell'uso della Scherma del 1610, non è solo un grande trattato, ma un'opera d'arte della stampa. Le sue definizioni, le immagini e la sontuosità della composizione lo rende un'opera degna di un trattato di alto valore artistico e storico.

Seguono manuali fondamentali per lo sviluppo dell'arte della scherma, quali quelli di Antonio Quintino, nel 1613, di Antonio Viggiani o Vizani e del prolificissimo Francesco Ferdinando Alfieri. Terenziano Ceresa, Galeazzo Gualdo, Francesco Jacobilli, Alessandro Senese e Marin Bresciani, fino a Francesco Antonio Mattei nel 1669 il quale scrive il primo testo sulla scherma napoletana, fino ad allora non del tutto formata stilisticamente e da lui codificata. Va precisato però che il Mattei era dichiaratamente allievo di Giovanni Battista Marcelli detto Titta, da lui soprannominato il Corifèo della Scherma Napolitana. Da questi due persoaggi nasceranno le tecniche che possiamo definire moderne di scherma. Il secolo prosegue fremente con la pubblicazione di manuali simili dove ognuno contiene riverberi degli altri. Giuseppe Morsicato Pallavicii, Giuseppe Villardita, Carlo Torelli e Francesco Della Monica, anch'egli napoletano, introducono il tempo di un gigante della scherma quale il già citato Titta, che sarà il punto fermo della scherma e della manualistica moderna, grazie al figlio Francesco Antonio Marcelli che stenderà sagacemente le Regole della Scherma nel 1686 a Roma. Chiude il secolo un genio totale della Scherma, Bondì di Mazo, con il suo La spada Maestra, ricca di immagini e di invenzioni schermistiche come la Levata dalle mani, unica nel suo genere.

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La Scuola di Scherma Italiana il 1900

EUGENIO PINI DAL DUELLO AL GIOCO
Avvenne nel secolo che sfociò nelle due guerre mondiali, il passaggio fra la scherma di duello alla scherma da gioco. Uomini che si allenavano, comparavano e scrivevano forsennatamente di cavalleria, di priorità, di onore, di primo e di ultimo sangue. Persone che avevano a che fare con regole antiche come l’origine della civiltà, il vassallaggio, il cavalierato. Tutto era un divenire, la postura, l’impugnatura, le linee, in nomi delle azioni e dei colpi, che si stratificava via via che duelli, incontri, assalti, allenamenti, discussioni, prove e controprove si andavano scontrando sul terreno della scherma totale, dimenticando poi l'origine che diede il nome stesso a quei colpi.
Non mi dilungherò sulle storie fra i Greco, e Pini, sui Rue, Mérignac i Bergès e altri che si sono lanciati in affondi mortali e assalti ludici per stabilire primati schermistici sulla base di sanguinolente azioni e controazioni. Voglio indugiare su ben altre questioni, fin troppo lasciate perdere, o solo accennate, per decenza o per ignoranza, chissà.
L’argomento è la Scuola di Scherma Italiana. La storia complessiva sarebbe ben più lunga che alcune righe fatte di nomi e luoghi. E la storia si snoda a partire dal momento in cui il duello muore e la scherma diventa solo gioco, o per meglio dire uno sport.
Oggi parliamo di scuole schermistiche quando citiamo Jesi, Mestre, Pisa, ma fra tutte va assolutamente ricordata una scuola che vanta una tradizione prima fra tutte: Livorno. Ma procediamo per ordine e cerchiamo di capire di che si tratta.
È storia acclarata che in centro Italia vi sia una scuola radicata nei secoli, il primo e più grande innovatore scientifico in materia è certamente Alberto Marchionni fiorentino che fu l’iniziatore dichiarato della scuola mista franco-italiana. Nato all’inizio dell’1800 o sul finire del 1700, scrisse e pubblicò nel 1847 a Firenze un testo che fu fondamentale per capire cosa sarebbe accaduto di lì in poi: Trattato di scherma su di un nuovo sistema di giuoco misto di scuola italiana e francese. Questo testo è il testo spartiacque per comprendere come la scherma in generale non sia il frutto di un solo intelletto, ma di confronti e superamenti di limiti e prerogative, di tecniche e invenzioni, di usi e abusi di modi di schermire e di risolvere le situazioni in assalto. L’autore non solo si dedicò a conoscere le tecniche del tempo, ma dopo aver chiuso la sua rigogliosa sala scherma a Firenze, si permise di girare l’Europa e di conoscere i migliori maestri di scherma e con piglio tipicamente scientifico si premurò di leggere e studiare i trattati di scherma antichi che ebbe certamente modo di incrociare nelle fornitissime biblioteche fiorentine. Dalla sua sala scherma in Via Leoni 2 certamente passarono numerosi allievi che poi divennero maestri a loro volta e certamente la sua influenza non ebbe strascichi: fu dirompente. Fu lui l’iniziatore di una scuola mista al di sopra di tutto e tutti e fu lui per primo o tra i primi a citare il fioretto napoletano, che spesso veniva legato con la martingala, (una pura follia d’ottocento inventata per mantenere la mano in una posizione precisa e dargli la forza necessaria a non essere violata con l'onta del disarmo, impedendo altre posture, ma anche rigidità e forza, (chi ha tirato di scherma con l’italiano, sa di cosa sto parlando). Tutto ciò premesso per parlare di un genio della scherma che fu l’iniziatore di una scuola mista che poi divenne la scuola schermistica che si pratica nel mondo tutt’oggi, ovvero con quell’approccio scientifico-pratico che è necessario e fondamentale per trovare le soluzioni schermistiche che agli atleti sono tanto necessarie e ai maestri indispensabili. Fu probabilmente l’animo rinascimentale che nell’800 a Firenze languiva, minata com'era da un revival stilistico polveroso e stantio e che cercava incessantemente domande e risposte conferme e certezze a far fuggire Marchionni, per poi ritornare. Così come avvenne con Eugenio Pini che ne fu idealmente allievo o direttamente come suppongo con una certa convinzione.
Quando nacque, Eugenio Pini, il trattato di Marchionni era già stato pubblicato da una dozzina d’anni, correva il 1859 e l’Italia era un subbuglio totale e Livorno certamente non era la città più tranquilla d’Italia. Soffermarsi su questo sarebbe ingiusto quanto parlarne. Il porto, la città, le persone, per chi conosce il luogo sa che è Livorno è un mondo affascinante e poliedrico, dove stranamente convivono tradizioni e novità in maniera antica. Eugenio Pini nacque in un clima in cui non ebbe problemi a proporsi per partire con Garibaldi, mentendo sull’età e chissà su cos’altro ancora. Fu duellante e atleta ma soprattutto duellante tanto che a sedici anni gli fu ingiunto dal padre di arruolarsi come bersagliere per dargli quella disciplina necessaria a tenerlo men caldo di quanto già non fosse. Il padre doveva essere certamente uomo di profonda assennatezza, perchè vide nel figlio un innato talento schermistico e non volle che partisse come soldato semplice, ma con almeno un pezzo di carta in mano, diremmo oggi, ovvero il titolo di Maestro d’armi, cosa che a quel tempo doveva essere cosa pregevole, specie se arruolato. E fu così che il padre Giuseppe Pini (citato dal Marchionni nei ringraziamenti alla fine del suo importantissimo trattato) organizzò guarda caso a Firenze l’esame di scherma per l’abilitazione all’insegnamento, passando a pieni voti nel 1878. Bei tempi quelli in cui il titolo magistrale lo potevi raggiungere dietro commissione di valenti e comprovati maestri d’arme! E dopo pochi, pochissimi anni, ottenne il congedo a causa della morte del padre nel 1881 a soli 22 anni e con questo entrò nell’età adulta come insegnante della sala scherma livornese e dell’Accademia Navale, stabilendosi comodamente in città, iniziando una vita piena di inaspettati risvolti.
Già un altro livornese fu leggendario, era Angelo Malevolti Tremamondo, già il nome era un programma, che fu livornese talentuoso e  parigino, duellante e schermitore, nonchè londinese, fondatore di una scherma mista e fluida, scritta in un agevole trattato, con copiose immagini e incisioni che lo resero una somma opera d'arte bibliografica, primo e forse unico trattato schermistico bilingue della storia. E così il Pini, era poliedrico e desideroso di far valere le proprie capacità tecniche di insegnante. Non smise di duellare, il che vuol dire che l’Italia era ancora luogo di trame assetate di soddisfazioni. La sua scherma rifuggiva le leziosità e l’estetismo accademico e i disegni che lo ritraggono non hanno nulla, proprio nulla di quelle figurine sciocche di certi manuali di qualsiasi epoca. Si vede sempre un ometto piccolo che sta in guardia come starebbe un atleta pronto a scattare non per toccare, ma per aggredire; il braccio morbido, pronto a fare almeno un paio di azioni che si intuisce siano già caricate nel braccio e pronte ad arrivare a bersaglio, al contrario dei suoi avversari che appaiono precisini e pieni di nozioni, timorosi di tradire l'insegnante e peggio, il manuale! Ma il meglio doveva ancora accadere.
Pini venne invitato a Buenos Aires, come insegnante di scherma presso il Jockey Club, il più prestigioso club argentino. Lo stesso Pini rimase colpito dalla bellezza della sala scherma tanto era all’avanguardia. Oggi l’Argentina è una nazione di 40 milioni di abitanti ed è grande poco più di nove volte l’Italia. Cento anni or sono, possiamo immaginare che gli abitanti fossero almeno la metà, ma in quel paese trova fortuna, non prima di aver insegnato la sua scherma ad una notevole schiera di persone che saranno poi il futuro dell’Italia schermistica. Ma procediamo per gradi.
L’epoca si sviluppa molto rapidamente verso nuove trame politiche. L’Italia è unita e si respirano arie di rinnovamento, ma anche di compromessi. Il 1896 fa sorgere le olimpiadi moderne in Francia e, in Italia, con il doppio fine di fortificare la gioventù e temprare gli uomini nel corpo e nell'animo, non solo sportivamente, ma anche per scopi militari, i quali si sa sono sempre un'incognita per il popolo e una strana esigenza per i governanti, nascono copiose le società podistiche, i canottieri, le società ginniche e schermistiche, e quelle di tiro a segno nazionale, il tutto per avere a buon mercato oltre che uomini sani e robusti, anche  fanti allenati, vogatori capaci, soldati coordinati e resistivi al lavoro, ben disciplinati, che sanno tirare di scherma, o di baionetta e fucilieri provetti. Anche le pastette hanno lo stesso sapore evidentemente. Non si capisce come mai il mondo della scherma che fino ad allora non era centrale, dal 1880 con un decreto del Re Umberto I faceva nascere l’Accademia Nazionale di Scherma a Napoli, per altro già esistente dal 1861, tra i cui fondatori c’è anche Annibale Parisi, lo zio del più celebre Masaniello che solo quattro anni dopo il decreto, ebbe l’onore di vincere il concorso per il celebre testo che fu Il manuale per diventare maestro di scherma. Come spesso accade in Italia in questo clima di perfetta ingiustizia l'ambiente fu ampiamente funestato da fughe di cervelli, anche se dovremmo dire più appropriatamente fughe di lame poichè le migliori ebbero la grazia di levarsi dal campo e lasciare via libera a uomini che ebbero in mano generazioni di atleti e maestri; Pini a Buenos Aires, Antonio Conte a Parigi, Luigi Barbasetti a Vienna assieme a Della Santa e Gazzera, e Santelli a Budapest.
Questa fuga di eccellenti maestri, tutti o quasi che scrissero indicazioni e trattati di scherma all'avanguardia, nella spada e nella sciabola portò alla creazione di scuole di scherma in tutta Europa, tutte con il medesimo intento, quello di una impostazione severa, ma improntata all’efficacia, mai chiusa su sé stessa, ma al contrario aperta all’evoluzione, benchè ognuno dei trattati avesse l’intenzione di essere il più completo possibile. Nessuno parlava apertamente di Fioretto, tranne il Masaniello Parise.
Pini fu uno di quelli che cedette alla tentazione di creare una scuola, consapevole dei propri mezzi e delle capacità unanimemente riconosciute, con il presupposto di avere carta bianca in merito e così affermò lui stesso di voler essere preposto alla direzione di una scuola magistrale dell’arte mia, nell’intento di creare maestri con i criteri tecnici da me per tanto tempo coltivati, dopo quattro anni di dubbi e di nuovo esame, [ …] pubblicai questo manuale pratico. Nel 1891, pubblicò Lezioni collettive di spada e sciabola; poi nel 1902 in spagnolo il Tratado teòrico-practico de esgrima de espada che verrà tradotto nel 1904 in italiano. Il testo è una summa estrema di tecnica italiana e francese. Da qui la scuola di Marchionni si giustifica da sola come l’impostazione aperta e genuina, volta non a campanilismi e nazionalismi orgasmici, ma ad una disciplina che guardava solo all’efficacia del gesto.
L'aver ricordato Pini è indispensabile per introdurre il clima del tempo e per aprire ad un eccellente attore del novecento italiano che è il capostipite della scherma sportiva italiana, Giuseppe Beppe Nadi.
Nadi aveva solo un anno in meno di Pini. Poco più longevo del maestro, si avvicinò alla scherma, ma non sotto Pini che intraprese l’insegnamento all’Accadema Labronica solo nel 1881 a 22 anni. Sappiamo che Nadi a 16 anni era già provetto schermitore, notoriamente bravo; certo fu messo in pedana da maestri locali che già operavano. Ufficialmente compariva come allievo del M° Giurovich nel torneo nazionale del 1886 e sapendo che Pini andò in Argentina nel 1897 ci rimangono pochi anni di mezzo per immaginare un Nadi esclusivo allievo di Pini. È plausibile che Pini sia stato il suo maestro della maturità tecnica, colui il quale rivide e corresse la sua scherma arricchendola e purificandola, semmai ce ne fosse stata la necessità, facendolo arrivare ai livelli che sappiamo. Inevitabile pensare che la lunga carriera di Pini duellante abbia influito non poco sulla ricerca spasmodica di una fine efficacie del gesto atletico e tecnico e che fu travasata abilmente in quello che diventerà il padre della scherma sportiva italiana, colui che rese l’arte della scherma, una disciplina moderna che figlierà copiosamente in numerosi campioni. Pini e Nadi rimasero talmente amici e legati da sincero affetto che Eugenio fu anche testimone di nozze di Beppe, e la grandissima aspirazione giovanile di Nedo il figlio campionissimo di Beppe, fu di combattere almeno una volta con la leggenda vivente: le diable noir, così come veniva chiamato il Pini nell'ambiente e non a caso proprio dai francesi.


LE STRADE SI DIVIDONO

Bene a questo punto le strade cominciano a dividersi. Dal Pini che conosce la scherma di spada e di sciabola, come vedete non si parla ancora di fioretto, si passa ad un allievo celebre, che rimarrà indelebile nella storia della scherma italiana, e cioè Beppe Nadi.
Nadi si diplomò a Napoli il 12 febbraio 1900 a quaranta anni suonati, cosa che in rapporto alla media tipica di allora era un tantino tardivo, ma come per il suo maestro e amico Pini si sa che era diplomato Maestro già nel 1891, presso il circolo Fiorentino del maestro Paoli, le strade continuano ad intrecciarsi, e probabilmente la cosa fu industriata dal Pini. La luce che si apre su questa combinazione di eventi può volgere su molteplici ipotesi e commenti, che non approfondiremo. Però è fondamentale che la scherma di Pini, o forse sarebbe più appropriato dire che il clima decisamente tirannico di una certa classe schermistica, ha già fatto un esule di un certo rilievo (oltre al Pini stesso): Italo Santelli. Oramai più o meno dal 1896 si trova a Budapest come insegnante di sciabola in quella che diverrà per anni la celeberrima Salle Santelli. Di poco più giovane di Nadi, assieme a lui era stato compagno di squadra in numerosi tornei nazionali e internazionali. La fama di Pini, era certamente risaputa, come di un campione, o un eroe che si districava da duelli e competizioni con l’abilità che era oramai diventata proverbiale. Nato in provincia di La Spezia, a Carrodano nel 1866, Santelli fu certamente seguace di una scherma efficace e concreta, mai leziosa che rifuggiva gli estetismi scomodi. Divenne celebre dopo un torneo di sciabola internazionale a Budapest e vi rimase dopo averlo vinto e aver appassionato i presenti per la sua abilità nel gioco di gambe, la eleganza del gesto e la proverbiale leggerezza tecnica. Era maestro dal 1886 diplomato ala Scuola Magistrale di Roma, certamente ebbe in Pini un modello di freschezza tecnica e pratica; in Nadi, un compagno degno al pari di sé. Il figlio Giorgio, non solo fu nazionale di sciabola con Nedo, ma vinse le olimpiadi con in colori italiani. Il legame con Livorno restò certamente solidissimo.
Quale scherma facevano Nadi e Santelli? La domanda è lecita e per certi versi non è solo dottrinale, ma anche dossologica. Bisogna chiarire una cosa per tutte, Nadi e Santelli non praticavano apertamente la scherma di Masaniello Parise. Santelli certamente no e forse ne ebbe a che fare solo per l'esame dove Parise esercitava la potestà di direttore dei corsi da circa uno o due anni, ma Santelli era stato formato in tutt'altra maniera. Nadi, per diventare maestro a Napoli, lo studiò evidentemente quel tanto che era necessario per passare l’esame e comunque rimase un testo importante per quasi cento anni. Non è una cosa da poco. Ma la scherma che faceva propendiamo fortemente per non credere che non appartenesse alla scuola napoletana.
Le strade quindi si dividono sia dal punto di vista disciplinare che dal punto di vista tecnico, prendendo vie che nascostamente si armonizzano e trovano un alveo tecnico proprio, scavalcando abilmente le questioni indicate dai manuali che di volta in volta si sono succeduti nella storia della scherma italiana, come da Nadi e Santelli, così dai successori, perchè la metodologia rimaneva la stessa e l'animo libero, anarchico e un po' ribelle che muoveva i livornesi era di blandire il potere e di percorrere serenamente le proprie strade senza ostacoli. Un modo machiavellico se vogliamo di affrontare le pericolosità e le rigidezze tipiche di un potere che nel suo piccolo voleva essere prepotente e sciocco. Qual migliore antidoto se non quello di ossequiare davanti e canzonare dietro, prendendosi le rivincite sulla pedana? Era arguzia tutta toscana.

IL FIORETTO
Il fioretto per certi versi è un’arma misteriosa. Marchionni cita il fioretto napoletano, come un’arma a sé e sappiamo che nasce come arma di allenamento. Masaniello Parise, tanto per restare in Italia e magari in un'altra occasione cercheremo di approfondire l’argomento, alla prima lezione di scherma di spada, nel suo trattato, afferma chiaramente e inequivocabilmente: L’arma con la quale tutti nello studio impariamo a tirar di spada, dicesi Fioretto. Non vi sono dubbi, la scuola italo francese di Pini con questa dichiarazione è colpita mortalmente fin dall’inizio condannata senza appello. Le intenzioni sono chiare e dirette, non ci sono scappatoie. Il fioretto napoletano è l’arma della scuola italiana ufficiale, il testo delle istituzioni, quello cui fare riferimento.
L’amore per la centralità didattica in Italia è unica ed inspiegabile. L’insicurezza istituzionale che desidera il controllo su tutto e di tutto è puerile, spesso anche oggi. E all’indomani dell’unità d’Italia, evidentemente andava regolamentato il mondo delle armi e al sud Italia non senza motivo andava riconosciuto un primato o una legittimità, rappresentata senza ombra di dubbio da eccellenti uomini d’arme e duello, ma anche da sapientissimi cavillatori d’arma e di diritto cavalleresco, si scontravano con una dura realtà, che però misurava i risultati sportivi con altro e più veritiero metro: la gara.
Le olimpiadi che incominciavano nel 1896, ebbero una risposta trionfante nel 1900 e via via fino ai giorni nostri. Un trionfo olimpico era meglio di un risultato di sangue, per il quale era difficile scampare alla giustizia, se qualcosa andava storto, e ancor più complicato scampare alla morte o alla menomazione permanente, altro che gloria! Per cui sfruttare l’amplificatore delle olimpiadi per entrare nel mondo del professionismo era quanto mai utile, specie nella scherma. Si affacciava ai risultati l’aura formidabile di Nadi con il figlio Nedo che vinse tutto, ma anche dei magiari, allievi di Santelli, che spopolavano. É sufficiente controllare qualsiasi albo per sincerarsi dei risultati, e verificare che la scuola Pini/Nadi portava i suoi frutti, inappellabili lasciando molto lontani nel risultato gli ignari e sotto certi aspetti sfortunati allievi della imposta scuola Parise, se così la vogliamo chiamare.
Nadi ebbe la bravura non di trovare degli atleti capaci, ma di saperli formare al meglio. Se ne contano a decine, e non è un caso. Fu l’ideatore e fondatore del Circolo Schermistico Fides, nella quale cominciò la formidabile attività di insegnante, nella quale seppe formare oltre che i figli eccezionali, Bino Bini, Pellini, Montano e i fratelli Di Rosa Athos Perone, solo per citarne alcuni. Tutti campioni di altissimo livello, cosa che non succedeva in altre scuole schermistiche nazionali, se non sporadici casi di evidente talento e bravura.
Ancora una volta le strade si dividono, e apprendiamo che la scuola Nadi nel dopoguerra, prende la via della sciabola in modo quasi esclusivo grazie ad Athos Perone, mentre il fioretto prende una strada nuova e tortuosa sulla scia di un percorso del tutto inaspettato.
È notorio che Beppe non amasse la spada e prediligeva il fioretto. Ogni maestro ha le sue preferenze come molti e Beppe si sa per certo che non amava la spada e aveva vietato a Nedo di praticarla, e nemmeno gliela insegnava, tanto aveva in animo l’ardore di formarlo a sua immagine. Ma si sa che Nedo tirava di spada  all’insaputa del padre, ed era un talento gigantesco. In un’epoca in cui la spada sportiva cominciava ad assomigliare al fioretto, vuoi per travaso di spadisti nell’uno, vuoi per travaso di fiorettisti nell’altra, era conveniente vincere una gara tirando alla stessa maniera con la “stessa arma”, (il virgolettato è d’obbligo), ma con regole diverse. È forse per questo che Nadi non amava la spada, perchè imponeva una sorta di impurità di un’arma, o se vogliamo di due, al punto che nella sua sala, era più facile tirare di fioretto e sciabola che di fioretto e spada, se non altro per una appartenenza al medesimo regolamento, ma forse, ci piace pensare perchè Nadi nel suo talento didattico, vedeva molti più ragionevoli punti di contatto fra fioretto e sciabola di quanti ce ne fossero con la spada.
Forse per una ragione di omogeneità stilistica e forse tecnica, avvenne che Nadi volle prendere il diploma di maestro anche a Napoli, ben nove anni dopo essere già titolato a Firenze dal Paoli. Considerate le premesse crediamo di più alla ipotesi che Nadi fosse in qualche modo osteggiato per non possedere un diploma “ufficiale”, o se vogliamo non era un diploma statale, pertanto mise le cose a posto facendo l'esame e chiudendola una volta per tutte.
A questo punto accadono molteplici avvenimenti fra cui la morte di Nedo durante la seconda guerra mondiale, l'espatrio di Aldo negli Stati Uniti, dopo molti pasticci, professionistici e di varia natura, la guerra mondiale, la morte di Beppe nel 1945. l'eredità passa dunque per una nuova via, e come si sa la via lasciata è nota, ma quella presa è sempre misteriosa. Nel gruppo degli allievi di Nadi come già detto c’erano altri due grandi fratelli oltre ai figli di Beppe, vale a dire: Manlio e Livio Di Rosa.
Manlio era un tiratore eccellente. Si distingueva nel fioretto come nella sciabola. Era forte, fortissimo, fu campione mondiale nel 1956, distinguendosi sempre per notevoli risultati sportivi. Livio era meno dotato come atleta, ma con avversari come questi era dura emergere. Seppe però trovare la sua strada umilmente. Aveva un carattere brusco e come buon toscano non si faceva cantar musica da nessuno. La frase che seppe dire non appena arrivò a Mestre, già uomo maturo era degna del miglior toscano, oggi farebbe certamente ridere chiunque e suonò pressappoco così: saranno i risultati sportivi a dire chi sono. Data la storia dalla quale veniva, era facile capire cosa stesse dicendo, anche se lì per lì non fu preso molto sul serio.
Diplomato non si sa come, né dove, poiché il suo nome non compare nella lista dei diplomati dell'Accademia di Napoli, si recò nella allora Cecoslovacchia ora Repubblica Ceca, e vi rimase dal ‘36 al ‘49, dove si trovava già un allievo di Nadi che lui conosceva bene, Bino Bini, già campione e poi divenuto maestro a Napoli nel 1930. Di Rosa divenne Maestro giovanissimo a 22 anni pare, così vuole la cronaca, forse a Roma, ma sempre forse, benchè chi lo abbia conosciuto e bene, ricorda che anche lui a Napoli non riuscì a passare l'esame, forse per questo non compare nella lista ufficiale dei diplomati dell'Accademia. Poi dal ‘49 al ‘62 rimase in Egitto come maestro della nazionale. Oggi se nel fioretto vediamo campioni cechi ed egiziani lo dobbiamo ad una eredità di altissimo livello. Poi giunse a Mestre dove incominciò a collezionare solo successi. C’era una sala scherma da ricostruire, un gruppo da formare, una tecnica da mettere a punto o forse solo da far sfogare bene, in un clima tutto italiano. I numeri sono giganteschi, campionati italiani, europei e mondiali, e titoli olimpici. La nazionale di fioretto per anni rimase quella formata da lui. Venivano dall’estero a cercare di capire che tipo di scherma facesse. Solo in Italia era incompreso, osteggiato, trattato male e anche vilipeso. Le ragioni non sono facili da capire, forse anche l’invidia giocava le sue carte migliori, cavalcando il solito cavallo: la scherma di Di Rosa non era ortodossa, era diversa e pertanto non era buona, perchè non era quella del Parise. Ma tutti si fregavano le mani quando l’Italia vinceva in un campionato internazionale.
Oreste Puliti intanto, un fiorettista allievo di Nadi, fascista della prima ora,  livornese (troppo poco dire guascone!) e per molti anche testa calda, dopo la guerra ebbe l’accortezza di levarsi da Livorno, per paura di toccarne, come si dice da quelle parti, a causa del famoso periodo di vendetta post fascista, ripiegando a Lucca e aprendo una sala scherma. Da quel momento nacque una nuova storia schermistica di grande successo.
È il 1948 quando Antonio Di Ciolo da Pisa, veniva accompagnato in Vespa dallo zio, Oreste Giusti presso il Maestro Oreste Puliti. Anche Puliti non compare nella lista dell’Accademia Nazionale di Napoli, ma esercitava comodamente, non si sa se perchè avessero paura di lui o perchè fosse diplomato a Roma. e' probabile che per gli atleti olimpionici, ci fosse una specie di dispensa dal sostenere l'esame, ma è tutto da verificare. Antonio diventa atleta, poi intraprende la via dello studio dell’Educazione Fisica prendendo un diploma a Roma presso l’ISEF nel 1959 e nello stesso anno viene bocciato all’esame di maestro all’Accademia Nazionale di Napoli, per poi diplomarsi l’anno dopo.
I risultati non si fanno attendere e tralasciandone qualcuno sappiamo per certo che solo dieci anni dopo aver preso il diploma, nel 1971 Orietta Di Ciolo diventa campionessa nazionale e nel 1976 parallelamente agli allievi Di Rosa i suoi vengono chiamati in nazionale. Di Rosa e Di Ciolo si ritrovano a parlare la stessa lingua e se Di Rosa vince negli anni ‘80, Di Ciolo fa suoi tutti gli anni ‘90, fino a quasi tutto il primo decennio del nuovo millennio, venti anni di successi che tutt’ora sono portati avanti dalla sua scuola che inevitabilmente è chiaramente riconducibile a Pini/Nadi. Oggi la scuola di Di Rosa viene portata avanti dai suoi allievi che sono tutti diplomati alla Accademia Nazionale di Napoli, ma sistematicamente hanno nel loro DNA di maestro di scherma una impostazione completamente diversa da quella proposta dall’Accademia. Tutti o quasi studiano diligentemente i testi per dare l’esame, ma in sala scherma partono esclusivamente dal lavoro cominciato dal grande Livio. I nomi sono presto fatti, Bortolaso, Omeri, Leonardi e Galli. Oggi a distanza di circa venti anni dalla scomparsa del maestro Di Rosa, arrivano i primi risultati, puntuali come un orologio svizzero. Un avvicendarsi attento di una scuola aperta alla critica di sè che non deve essere dogmatica, ma tesa ad essere sviluppata e pronta per essere demolita e ricostruita, in meglio.
Un interessante capitolo va fatto su un maestro che è incredibilmente pieno di fascino e anche lui di mistero, degno di un film o di un romanzo a lieto fine, ma passante per le più ruvide sofferenze. È la storia di Ezio Triccoli.
Fu nel 1941 o giù di lì, in un campo di prigionia in Sudafrica a circa 50 km da Pretoria dove si trovava il campo di Zonderwater, che lo jesino ebbe la sfortuna ma anche fortuna di incontrare la scherma. Un caporale inglese gli diede i primi rudimenti, ma fu Serafino La Manna, medico anatomo-patologo anch’egli prigioniero che gli insegnò tutto quello che sapeva e molto di più evidentemente, data la sua specifica formazione. Il dottor La Manna, professore universitario, capitano medico, non fu solo un maestro di scherma per Triccoli, ma gli diede una visione medica, fisiologica dello sport che era certamente per molti versi unica e rivoluzionaria per la formazione del tipico maestro italiano. Triccoli a detta di tutti gli allievi e collaboratori era uno sperimentatore, fagocitava gesti, azioni e sapeva vedere la scherma nel suo insieme, sfruttando pregi e difetti dei suoi e degli altri. Un assiduo lavoratore della pedana, fino all’ultimo giorno prima di morire alla tenera età di 81 anni era stato in palestra, come un altro grande maestro e campione  Dario Mangiarotti. Triccoli, dopo circa 14 anni di lavoro schermistico, dopo l'apertura della sua palestra a Jesi e di lavoro instancabile, venne spinto a prendere il diploma di maestro di scherma, cosa che gli venne notificato il 12 ottobre del 1961 diventando tale il 17 di due mesi dopo a Napoli previo esame. Anche lui era un chiaro esempio in cui, pur essendo stato abolito il duello, esercitare una professione sportiva era vincolata da una scuola centrale e che ne applicava le sanzioni.
Il primo tricolore arrivò nel 1968 con la spada, circa venti anni dopo l'apertura della sua attività schermistica. Poi i successi diventano talmente tanti che è difficile contarli, eppure non apparteneva a nessuna scuola schermistica ufficiale. Il mistero si infittisce. Intanto in sala si aggiungono nuovi insegnanti di scherma, prima Luigi Novelli poi Giulio Tomassini, il continuatore della scuola Triccoli, ovvero un metodo che è al di fuori di ogni scuola, che non è legata alla tradizione in senso dogmatico, che si pregia di risolvere i problemi con soluzioni efficaci, libero da condizionamenti da influenze, carpendo il meglio da ogni situazione. Il metodo di Triccoli è praticamente uguale a quello di Malevolti, di Marchionni, di Pini, Nadi e Di Ciolo. Usa il medesimo approccio, con indagini e studi sul tema e il metodo è chiaramente indicato nel testo di Carlo Annese “I diavoli di Zonderwater”, quando parlando del comandante del campo di prigionia il Colnnello Hendrik Fredrik Prinsloo, che arrivò a comandare il campo dopo una rivolta che fu difficile sedare, dice che il nuovo comandante ebbe la cortese idea di proporre tutte le attività di svago possibili e immaginabili, a partire dallo sport “voleva che [i prigionieri] lavorassero, pensassero, studiassero, giocassero, che tenessero in funzione insomma tanto la mente, quanto il corpo. A tale scopo, inaugurò scuole professionali e mostre d’arte, aprì i cancelli alle visite degli abitanti del Transvaal, in occasione di spettacoli e grandi eventi sportivi e, dall’ottobre del ‘44, fece perfino in modo che fossero i POW (Prisoner Of War) a decidere autonomamente della propria vita a Zonderwater: indisse, infatti l’elezione dei membri di una commissione per il welfare in ogni blocco, tra le cui competenze ci sarebbe stata quella di amministrare gli introiti derivanti dalla vendita di quadri, sculture e prodotti artigianali realizzati nel campo. Per una massa di giovani che sotto il fascismo non avevano nemmeno lontanamente immaginato di poter disporre di un diritto tanto importante, quale era il voto, fu uno choc, che la propaganda britannica avrebbe usato tra i prigionieri meno indottrinati per promuovere gli ideali della democrazia”. Questo ebbe un influsso enorme sul giovane Triccoli che all’epoca aveva circa trent’anni, una lezione che rimase la base di lavoro per il futuro, con una dedizione unica, un obiettivo di vita per sè e per i suoi atleti, racchiusi nella celebre frase: “Questo sport (la scherma) non serve a farvi diventare bravi schermitori, ma a farvi crescere come persone sane, mature e responsabili”. Chi lo conobbe lo ricorda sempre signorilmente silenzioso e umilmente attento, serio e concentrato.
Non si fa fatica ad immaginare che al suo ritorno in Italia incominciò ad interessarsi alla scherma che in Italia, pur praticata, era concentrata in alcuni centri. Lo si immagina intento ad affinare la sua tecnica e le sue conoscenze, a consultare e confrontarsi con altri maestri e a cercare di capire le differenze fra le tecniche degli uni con quelle degli altri. Quando la Federazione lo spinge a diplomarsi nel 1961 la tecnica era già certamente matura, o quasi, ma non è difficile credere che l’apporto di uno studio sistematico del Masaniello Parise gli abbia dato un certo ordine generale e alcune idee che prima forse aveva visto fare, ora ottenevano quella giustizia teorica che prima mancava. Nel pratico i suoi allievi erano diversi da quelli della scuola Pini/Nadi che allora erano in pedana, allievi diretti o di prima generazione post Nadi. E anche adesso sono diversi. Se i primi hanno una scherma fatta di priorità schermistica, di misura ravvicinata, che non si fa problema a tirare provocando l’avversario e a gestire l’assalto a seconda della reazione (in gergo diremo di seconda intenzione) i secondi sono più distanti, più diretti, più schermistici, più napoletani, ma, e qui sta la novità, riveduti e corretti, con quelle aggiunte che certamente ebbe modo di studiare ed elaborare con il metodo speculativo che imparò in prigionia.


LA SCIABOLA

La sciabola italiana ha una storia interessantissima e come abbiamo già avuto modo di accennare parte dallo stesso punto: Eugenio Pini. Questa premessa è il punto di partenza per poter riscrivere la storia della scherma moderna e i suoi testi non sono da sottovalutare, specie per la impostazione didattica che è completamente contraria rispetto a quella tipica insegnata con il Parise e poi con gli altri manuali più moderni editi dalla FIS negli anni '70.
Sappiamo che  uno dei più moderni e attenti maestri di scherma di sciabola fu Italo Santelli. Trasferito a Budapest fu raggiunto dal fratello Orazio poco dopo. Trovò negli ungheresi un popolo particolarmente affascinato dalla sciabola e con spiccate congenialità al lavoro di gambe che Santelli stesso praticava, a differenza del grottesco modo di schermire del manuale di Masaniello Parise, che voleva lo schermitore piantato per terra in modo talmente solido che pareva persino grottesco. Santelli fu "beccato" dagli ungheresi i quali furono felici di accoglierlo nella loro capitale proprio nell'anno in cui cominciarono le olimpiadi. Fu alla successiva che i magiari si presentarono e come è noto vinsero, e così per gli anni a seguire, non mancarono l’appuntamento vincendo e basta. La scuola ungherese di sciabola fu la più temuta e più imitata, ma quello che non si capì per molto tempo e forse ancora oggi si stenta a capire, è che la scuola magiara di sciabola è impostata secondo il metodo Pini/Santelli, in modo da voler essere sempre efficace, risolvendo in maniera semplice tutti i problemi e le casistiche dell'assalto, pertanto nella visione ungherese attuale, il maestro di sciabola, pur insegnando tutta la tecnica esistente, cerca di sempllificare ogni problematica non dando combinazioni nuove, ma rendendo le azioni che già esistono sempre più attuali e perfette per raggiungere lo scopo che è vincere. Tutti i maestri del blocco sovietico nel tempo hanno poi assimilato la tecnica, ma non il metodo, (mi sbaglierò forse, ma non di molto), tanto che stiamo vedendo nuove figure che si stanno affacciando nel mondo della sciabola, ma tutte riconducibili alla scuola ungherese, come Christian Bauer, allievo di Szèpesi a sua volta di Zarandi e di Borsody, primo allievo e collaboratore strettissimo di Santelli.

Va citato anche un episodio non trascurabile, ovvero il fratello di Italo, Orazio, fu invitato nel 1900 a Praga in Repubblica Ceca, dove sviluppò concretamente le idee sulla scherma e sulla sciabola moderna apprese e sviluppate per anni dagli italo ungheresi. Vi rimase per molti anni, ma già nel 1908 alle olimpiadi di Londra, il primo Ceco della storia vinse un bronzo nella sciabola individuale, con Von Lobsdorf, il quale vinse anche con la squadra Ceca. Inutile dire che primi furono gli ungheresi e secondi gli italiani. La storia non si ripetè, L'Ungheria fu per quasi un cinquantennio la sola dominatrice della sciabola internazionale.


È interessante come per anni la scuola di Livorno sia stata alla ribalta del panorama internazionale e poi ha sofferto per molto moltissimo tempo. Gli ungheresi erano gli avversari da battere, ma avvenne che e i maestri ungheresi, dall’Ungheria, cominciarono a “ritornare in patria”, cioè in Italia, non solo a insegnare la tecnica sviluppata da Santelli che per anni visse lontano dagli amici livornesi, ma soprattutto il metodo che nel tempo gli italiani avevano perso o per meglio dire disperso. Bèla Bàlog, Janos Kevey per citare i più celebri, che seppero insegnare o per meglio dire reinsegnare ai maestri italiani: Pierluigi Chicca, ArturoVolpini, Athos Perone, Giuseppe Stefanelli, . Allora ritornarono copiosi i successi. Gli ungheresi ebbero modo di ritrovare una metodologia simile alla loro, e gli italiani trovarono un pezzo di storia che gli apparteneva. Il ricongiungimento fu salutare. Tutti ne giovarono, finché non crollò il muro di Berlino e tutto prese una nuova fisionomia. Sociale e politica e infine anche sportiva. L’Ungheria per ora cela ancora moltissima storia che andrebbe indagata accuratamente. Vi sono maestri e manuali che racchiudono in sé molta storia schermistica, e che scritta nella loro complessa lingua, li tiene lontani da noi latini. È un piccolo tesoro, che potrebbe farci scoprire come ha lavorato il metodo Pini/Santelli e si è evoluto con l’apporto di eccellenti maestri contemporanei di Santelli stesso e successivi.
Va fatta una precisazione storica che deve mettere in chiaro molte questioni, che qui accenniamo e che speriamo di sviluppare più avanti.
Conosciuta è la testimonianza scritta che hanno lasciato, Masaniello Parise, Giuseppe Radaelli, Ferdinando Masiello, Luigi Barbasetti e Giorgio Rastelli sulla sciabola.
Radaelli, pubblicò il suo testo a Firenze, poi in ristampa a Milano dove fu direttore dell’accademia militare. Era un forte fautore di una scuola di sciabola per certi versi mutuata dalla sciabola da combattimento, pertanto oltre a certe differenze tecniche che non mi dilungherò a discorrere, la differenza che subito salta all’occhio è che per lui la sciabolata doveva essere condotta con l’apporto del perno sul gomito. La sua scherma che fu essere l’iniziatrice della sciabola moderna, ebbe come allievi Carlo Pessina, che fu come sappiamo anche il primo diplomato dell’Accademia Nazionale di Napoli, ma non solo, anche di Barbasetti e di Pecoraro. La sua sciabola è l’oggetto che tutt’ora usiamo per fare scherma, a differenza della guardia, che era composta da tre anelli, anziché da una lamiera con ritorno al pomolo, che protegge tutto il pugno. I suoi gesti schermistici sono aggraziati ed entusiasmanti, ma non hanno nulla a che vedere con lo sport che stava nascendo, così come il testo di Masaniello Parise, che a dispetto del Radaelli indicava la sciabolata come un gesto da compiersi con perno al polso. Ferdinando Masiello, strenuo difensore del Radaelli e accanito avversario della falsa scuola meridionale (o napoletana) si battè sempre per affermare la sua visione della sciabola e del fioretto.
Ma sorge un nuovo insegnante guarda caso allievo di Beppe Nadi, ed è Giorgio Rastelli, che nemmeno a farlo apposta dà impulso alla nuova sciabola sportiva, scrivendo un manuale che si discosta dalla tradizione nell’impostazione e affronta la descrizione secondo un principio che doveva essere tipicamente livornese e di scuola Pini/Nadi, e che non trova eguali nella trattatistica successiva. Intanto comincia a descrivere il gesto schermistico dalla punta e non dal braccio, allargando la vista cercando di dare una visione di insieme del gesto schermistico. Poi la sua divisione in capitoli, è molto simile a quella che vedremo in futuro successivamente nel celebri manuali della FIS, sul fioretto e la sciabola. Il suo testo comparso dopo la guerra del ‘45 fu ampiamente divulgato, ma la scherma era quella ampiamente discussa in casa Pini/Nadi/Santelli. Fu grande maestro anche lui, ma anche ampiamente dimenticato, specie nel percorso teorico e trattatistico.
Il futuro della Sciabola italiana verrà poi affidata alla formazione dei maestri sulla base del testo di Pignotti e Pessina, uno toscano della scuola Nadi, e l’altro di scuola Radelliana. Il testo conserva politicamente gesti schermistici dell’una scuola e dell’altra. È un compendio rapido e conciso, nel quale non manca nulla di quel che serve, dove si trova molto il Parise e forse pochissimo Nadi, ma è dichiaratamente un testo come vedremo poi ancoratissimo a tecniche di sciabola già in qualche modo superate, con apprezzabili connessioni con il fioretto, scritto dai medesimi, che vuole la sciabola un'arma paradossalmente lineare e giocata con poco atletismo, quando è sufficiente guardarla per capire che non è affatto così. Quanta politica ci sia in quei tre manuali specie in quello di sciabola ancora non è stato detto e forse passeranno ancora molti anni.

LA SPADA

La spada è l’arma del duello. Per anni è stata l’arma che serviva a regolare i conti, fra i galantuomini e i cialtroni. Come già abbiamo visto per le altre armi, in Italia veniva praticata una spada molto elaborata, fatta di una enorme casistica di azioni e controazioni. L’impugnatura con il gavigliano, affascinante quanto arcaica, si opponeva a quella liscia di tipo francese che era ovviamente largamente impiegata oltralpe e così anche le scuole si lanciavano continuamente occhiatacce di sfida, testimonianza ne è l’enorme numero di duelli che si sono svolti in Italia e in Francia proprio fra italiani e francesi.
Storicamente la scherma francese è una elaborazione attenta della scuola italiana. Così come dall'Italia si importavano in Francia pittori, architetti e musicisti, così fu anche con i maestri d’arme. L’Italia, terra di conquista, era stata teatro di battaglie di tutti i tipi e generi. Anche gli armieri italiani erano rinomati e le armature dei nobili erano spessissimo decorate da finissimi orafi italiani. Anche la manualistica ha una genesi interessante. I primi trattatisti che hanno incominciato a tramandare nomi di maestri, di scuole, di tipi di armi, di testi riguardanti la scherma hanno inevitabilmente citato un autore di origine spagnola che lavorando in Italia per tutta la vita e che finì per essere italiano come acccadde al francese Giambologna e all’olandese Vanvitelli, stiamo parlando di Pietro Moncio. Questo formidabile maestro esportò uno schermire di tipo spagnolo molto efficace nel XV secolo nel centro Italia. Da quel momento in poi fiorì una pubblicistica enorme e talmente varia da essere continuamente esportata, elaborata, copiata, ri-esportata, ri-elaborata e ri-copiata per almeno due secoli ancora. I francesi presenti in Italia al nord e gli spagnoli presenti al sud, con una presenza nel XVIII secolo degli Asburgo Lorena al centro, fecero dell’Italia il crocevia di cultura, di forze che si confrontavano continuamente favorendo una cultura mista della scherma, dalla quale tutti i maestri che hanno saputo fare di questa mentalità meticcia o se vogliamo anche creola, il loro punto di forza, hanno poi ha ampiamente pagato in termini di successo pratico e di risultati sportivi.
Il passaggio come già abbiamo avuto modo di affrontare avviene nel momento in cui da arma da duello diventa arma da sport. Una novità in tutto. La genesi di questa disciplina che si praticava nelle sale dei nobili che si potevano permettere un maestro a domicilio o di frequentare un club prestigioso come quello di Mr. Angelo a Londra è ancora da rintracciare. Ma abbiamo delle testimonianze chiare di ibridazioni e anche eclatanti.
Il luogo come si può immaginare è la Francia, e i protagonisti sono svariati, ma il primo, colui che getta le basi della scherma di spada rendendola autonoma, efficace, svincolata (mi sia concesso) dalle stranezze del fioretto è Jean Joseph Renaud. Gli italiani è arcinoto amavano mischiare fioretto e spada, a volte anche confonderle, come affermava Masaniello Parise nel suo celebre trattato. Sappiamo tra l’altro che Parise fu anche esule in Francia dove certamente ebbe occasione di conoscere la scuola francese dalla quale non rimase per nulla attratto, vista la grande dissonanza fra il suo trattato e i contemporanei colleghi. Renaud invece incomincia a redigere un trattato tremendamente nuovo, con un gran numero di foto e anche con immagini di posture dall’autore indicate come tipicamente erronee. Un esempio è la guardia; nel suo testo appare come deve essere e come non deve essere, la sua, senza offesa per nessuno è quasi uguale a quella di Agesilao Greco se non per la postura del braccio, che Renaud vuole delicatamente piegato, mentre Greco lo pretende rigidamente dritto e minaccioso. Questa differenza la dice lunga sulla fluidità delle azioni, della vibrazione dei colpi, della preparazione dei gesti fondamentali e di quelli più complessi. Renaud, nato nel 1873 era anche un fine letterato. Amava riflettere bene con animo sereno, aveva 14 anni meno di Pini e aveva certamente sentito parlare di lui in quanto amico di Prévost (che all'amico scrisse la prefazione al manuale che pubblicò nel 1911). Renaud fu abile duellante, e grande conoscitore della lotta, del combattimento, ebbe un ruolo fondamentale nella storia della scherma, non solo per il suo eccellente trattato e per i numerosi allievi, ma perchè fu il maestro di Giuseppe Mangiarotti. Da Renaud, è presto detto, nacque l’idea che per apprendere la tecnica della spada non era necessario passare dal fioretto e questo in Italia fu visto come fumo negli occhi, tranne che per il maestro italiano, che nella scia lodevole della scuola mista, pur non conoscendo egli la storia che fino ad ora abbiamo raccontato, di Pini e nadi, ebbe una quantità incredibile di successi agonistici, primo credo fra tutti i maestri di spada del suo tempo e tutt’ora ineguagliato.
La sua storia assomiglia per certi versi a quella già descritta fin’ora. Nato a Losanna, in Svizzera nel 1883, aveva dieci anni meno di Renaud e di 23 più giovane rispetto a Nadi. Ebbe la fortuna di apprendere la scherma tardi per il tempo, cosa che non gli impedì di affrontare duelli e di vincerli e di partecipare alle prime olimpiadi di Londra e classificarsi quarto al torneo a squadre. Nel 1906 fondò la sala scherma omonima, così vuole la tradizione, ma il suo nome non compare nell’elenco dei diplomati dell’Accademia di Napoli. Non si sa se sia mai passato da un esame magistrale di scherma, resta il fatto che i suoi allievi non vincevano, ma stravincevano. Restano memorabili vittorie triple nella spada alle olimpiadi di Berlino nel’36, dove Riccardi, con Ragno e Cornaggia Medici furono: primo, secondo, e terzo e poi vinsero l’oro a squadre con un giovanissimo Edoardo Mangiarotti celebre figlio di Giuseppe. Nell’insieme i successi degli allievi arrivarono in maniera diretta fino alla olimpiade del 1960 circa con la vittoria di Giuseppe Delfino. In totale sono 29 titoli olimpici, 43 campionati del mondo e 29 campionati d’Italia. Ma la sua arguzia e la ricerca di purezza stilistica gli permise di affrontare l’arma della spada in maniera unica e i testi che lo riguardano parlano chiaramente. Giuseppe morì nel 1970 e il trattato sulla spada che porta ufficialmente il suo nome fu stampato nel 1971.
Prima di questo celebre trattato, appare nel mondo schermistico, a firma di Edoardo Mangiarotti il figlio e Aldo Cerchiari, un allievo eccellente campione, buon letterato e pittore, il trattato della Vera Scherma, che nella prima edizione del 1966 ha per titolo soltanto Scherma. Il testo, se letto dopo i tre manuali della FIS pubblicati tra il ‘70 e il ‘72 lascia capire come il trattato di Giuseppe sia nato e poi messo assieme nella stesura che oggi conosciamo.
Il volume di Edoardo è strutturato con le migliori intenzioni, mostrando una quantità numerosa di foto dell’epoca di assalti celebri e meno, con un apporto di didascalie eloquenti, una vera novità, che intendeva anche rendere giustizia ad uno sport poco conosciuto allora come oggi. Intanto racchiude tutte e tre le armi, ma la cosa più interessante, è che il capitolo sul Fioretto è completamente diverso da quello che successivamente sarà pubblicato da Pignotti e Pessina sempre per la FIS, ma è singolarmente uguale ai primi capitoli del volume La Spada di Giuseppe. Pertanto si evince che il Fioretto e la Spada del testo di Edoardo sono in definitiva condensati nel testo La Spada di Giuseppe. Un chiaro manifesto della scherma di punta della scuola Mangiarotti, che invece di trasfigurare la spada tramite il fioretto, fa l’esatto contrario, trasfigura il fioretto tramite la spada. È un segno dei tempi e i risultati anche nel fioretto sono buoni soprattutto perchè ancora in Italia si fa una scherma di punta molto simile e figlia di quella del Parise e ancora in tante occasioni spada e fioretto vanno a a braccetto in molte sale, ma come abbiamo avuto modo di notare, chi fa una scherma di fioretto distante dalla spada alla fine paga e bene, frutto sono i risultati di Nadi, Di Rosa, Di Ciolo.
La sciabola di Edoardo è una corretta traslazione di una parte della sciabola di Masaniello Parise, che ancora in quel periodo andava in voga, anche se il molto dimenticato Giorgio Rastelli aveva certamente espresso una tecnica molto evoluta.
Inutile dire che il testo di Edoardo fu messo in disparte da quasi subito, anche se è ancora pubblicato dopo quasi cinquant'anni. Dal 1884 il testo ufficiale rimaneva il Masaniello Parise, e come tale il dogmatismo schermistico doveva essere preservato in qualche modo e non lo si poteva negare con un testo che stravolgeva completamente il modo di vedere il fioretto. Lo schema compositivo del testo di Giuseppe intanto non ha nulla a che vedere con lo schema rigido del Parise. Mangiarotti concepisce il trattato come uno stratificarsi continuo di azioni semplici che via via si complicano a seconda della reazione dell’avversario. Diviso in due parti, tratta le azioni fondamentali dell’offesa e le azioni fondamentali della difesa. Parte così con la botta dritta, la botta dritta con opposizione, con cavazione, con circolata, con doppia circolata, con circolata e cavazione, con battuta di sforzo e botta, con battuta di tasto, con il filo con finta di filo e cavazione, cioè con un repertorio che via via aiuta l’allievo a capire come gestire l’assalto fin dalla prima lezione. E così la difesa e le sue azioni fondamentali, con l’arresto, con l’arresto con contrazione, con la parata di picco, con l’arresto con cavazione, con il filo sottomesso, con lo sforzo ecc. In questo modo si riesce anche a schematizzare un assalto quando si va in pedana con un avversario. Questo programma semplice contrastava con la struttura a comparti del Parise, e con gli altri due manuali si fioretto e sciabola di Pignotti-Pessina, che si inserivano nella tradizione Napoletana con qualche cambiamento qua e là. Questi due manuali che dividevano le azioni semplici da quelle composte, le azioni ausiliarie per l'attacco e quelle di uscita in tempo, così come quelle per la difesa, aveva un andamento matriciale la cui memorizzazione era dura, durissima, e ancora oggi è così.
Con Giuseppe la tradizione continuò direttamente con l’aiuto del figlio Dario e un allievo prodigioso che passando dall’atletismo, arrivò all’insegnamento in tempi rapidissimi, a soli 28 anni: Marcello Lodetti.
La sua formazione avvenne a Milano, ma anche lui passò inevitabilmente per l’esame a Napoli nel 1959 e che ancora in quel tempo verteva rigidamente sul Masaniello Parise.
Lui fu l'abile maestro che seppe insegnare le tre armi con eccellenti risultati fino a diventare maestro della nazionale italiana passando per le migliori società italiane, fino a scrivere anche lui un trattato sulla scherma dopo lunghe richieste da parte degli editori nel 1995.
I suoi allievi rimasero in vetta alle classifiche internazionale in un periodo in cui il professionismo sovietico non era minimamente paragonabile al “dilettantismo olimpico” degli europei, merito di un metodo evolutivo similare alla scuola Pini/Nadi che come abbiamo visto è comune a Giuseppe Mangiarotti che  seppe tramite Renaud ibridare soluzioni già tecnicamente mature, ma perfezionate per fini tipicamente sportivi. Il Manuale di Edoardo infatti si apre con una disamina sul power training, e lo stop training, con esercizi ginnici adatti all'allenamento e al potenziamento, una pratica che era completamente sconosciuta alla tradizione tipica della formazione del maestro, ma che spiega bene come il grande campione si allenasse e come ritenesse fosse necessario allenarsi in sala scherma, tecnica certamente praticata nella sala Mangiarotti.
Nel testo di Marcello Lodetti i capitoli sul fioretto e la sciabola raccontano la scherma con semplicità e se vogliamo nella tradizione, ma è nel capitolo sulla spada, arma a lui più congeniale, che si vedono i tratti più salienti nella scia di Renaud/Mangiarotti, seguendo uno schema tecnico evolutivo che nel tempo ha prodotto i risultati migliori dopo Mangiarotti stesso. Queste differenze sono frutto di continui confronti con gli allora migliori maestri del mondo avvenuti durante innumerevoli tornei e campionati e soprattutto con i grandi maestri italiani depositari di un metodo di indagine e applicazione della tecnica che ha fatto raggiungere i risultati che noi oggi abbiamo visto. Lo schermire in controtempo in maniera aggressiva e decisa prendendo ferro e chiudendo la misura, bruciando le possibilità all'avversario, eludendo le casistiche legate alle geometrie dell'arma e alle sciocchezze che sarebbero nate dopo, hanno fatto di lui un pioniere della evoluzione spadistica, troppo dimenticato e troppo volutamente ignorato.
I tentativi di riportare la spada verso una tecnica fiorettistica, vuoi per le strade post sovietiche, vuoi con invenzioni discutibili, che vogliono relegare la spada, arma unica e indipendente, in una succursale del fioretto, non hanno ragione di esistere e sono ancor più discutibili. Le innumerevoli invenzioni e nomignoli di stampo cinematografico che fanno della scherma una caricatura grottesca delle sceneggiature hollywoodiane, che basano le azioni su aforismi e frasi da dimenticare in maniera assoluta, hanno prodotto solo insuccessi. Sono tentativi inutili di affrontare i problemi non in maniera seria, ma con ricette sciamaniche degne di una sottocultura schermistica, vanesia e controproducente, specie se tali formulette diventano materia di esame magistrale.
Conclusioni
La migliore conclusione secondo me è far capire che non ci sono stati solo tre o quattro grandi maestri facendo apparire tutti gli altri come soltanto dei buoni esecutori. Ho voluto raccontare (per ora) solo una storia scritta fra le righe, che nessuno ha mai avuto il coraggio di leggere, senza voler far torto ad alcuni. Era  talmente ben scritta che tutti o quasi la davano per scontata.
Si sappia che ai grandi successi, ai grandi capiscuola è accaduto che hanno avuto i loro insuccessi, superati solo dai grandi risultati e sono stati grandi anche in questo, cioè nel sapersi rinnovare e mettere in discussione, ma anche nel restare fedeli a quell'approccio alla tradizione che era non-dogmatica, cioè svincolata dai blindismi, formalismi e tecnicismi statici, ma da quelli si partiva per evolverli in nuovi gesti e nuove soluzioni, che spesso erano anche quelle sotto gli occhi di tutti, bastava solo il voler stendere la mano e afferrarle. Scrollarsi di dosso le parole di chi invece gridava all'eresia quando un'azione veniva fatta con nuova sfumatura e nuovo sguardo fu basilare per raggiungere gli scopi. La logica sportiva ha poi prevalso sull'estetica schermistica che era virata in moralismo etico, e i campioni sono saliti in pedana portando gli anni di lavoro dei loro maestri, nascondendo nei gesti e nella prestazione, anni di duro lavoro, che verrà tramandato oralmente nei bravi insegnanti con l'apertura di voler insegnare un gesto sempre pronto a svilupparsi, anche quando sarà scritto sulle pagine di un libro, di un manuale, di un trattato.
Termino con un aneddoto tecnico. Il grande Pini viene ricordato sul calar degli anni da Camille Prévost nel suo Escrimeurs met duellistes, sorta di memoria autobiografica e raccolta aneddotica, con questa frase: “ho sempre pensato che la maggior parte dei colpi di Pini fossero portati di piatto”.

Vista la scuola e i successi che ha mietuto personalmente e il metodo che ha portato avanti ci piace pensare che i colpi di Pini fossero tirati come si tirano molto spesso oggi dai grandi campioni, cioè di fuetto, o di frusta. Questo lo indusse, vista la novità e la bravura, a fargli credere che il colpo fosse arrivato di piatto. Un segno tangibile della modernità della scherma di Pini e dei suoi allievi, tanto che questo tipo di colpo se si guarda bene, nelle scuole non profondamente italiane, viene insegnato pochissimo o nemmeno. Nel manuale del Fioretto di Pignotti e Pessina si parla di coupé e di fuetto, ma solo nel testo di Edoardo Mangiarotti c'è un disegno che mette assieme l'una e l'altra cosa, mostrando come si tira, segno che la scuola mista, creativa, aperta, raggiunge risultati vincenti e lascia gli altri a disperdersi nei pensieri dei loro cuori.

I Parise e il loro Masaniello

C'è una dinsatia di Maestri di scherma che in Italia ha fatto scuola: la famiglia Parise di Napoli.

Il capostipite Raffaele, (1773-1851) era allievo di Tommaso Bosco e Fucile, celebre maestro della scuola napoletana. Masaniello, l'autore del celebre trattato di Spada e Sciabola, ricorda del nonno, che "Suo fu il merito di sapere come preservare nel suo insegnamento le gloriose tradizioni della scuola italiana e mantenerle incontaminate da qualsiasi tipo di contatto con le scuole straniere". William Gaugler fa una rapidissima e vivace sintesi nel suo testo sulla Storia della scherma, quando ripercorrendo le vicende familiari, racconta che: Teresa Faggiano, moglie di Raffaele, gli diede cinque figli: Luigi, Achille, Annibale, Augusto e Raffaele. Luigi non insegnò mai la scherma, ma fu eccellente duellatore, ma forse anche gran testa calda, perchè imprigionato dai Borbone, vi morì. Achille, padre di Masaniello, condannato a morte per i fatti del 1848, scappò a Torino, dove insegnò scherma per molti anni. Nel 1854 sia a Parigi che a Londra partecipò (sempre secondo il figlio) con successo a molte competizioni schermistiche. Annibale invece dopo lunghe persecuzioni da parte dei Borboni, fuggì dalla città per ritornarvi nel 1860, continuando la sua professioni di maestro d'armi. Fu uno dei tre fondatori dell'Accademia di Napoli e la diresse per almeno quindici anni. Augusto seguì il fratello Achilla in esilio, dove servì per lungo tempo come direttore e maestro di una Accademi di Scherma a Modena. Raffaele, giovane, rimase scevro dalla politica per la giovane età e fu risparmiato dalla collera borbonica, rimanendo in solitario aiuto della madre anziana e della sorella.

Già da queste poche riche si intuisce che quel che stava accadendo in Francia e in centro Italia, Firenze con Marchionni e Livorno con Pini, non li toccava minimamente. Il dibattito che scaturiva dal mondo francese, che pur ebbero modo di conoscere, non venne in alcun modo a contaminare alcun membro della famiglia.

Masaniello, già il nome la dice lunga dell'amore dei Parise nei confronti dei Borbone, nacque a Torino il 2 novembre 1850, anche questa non è coincidenza da poco, dati gli sviluppi che avverranno, sia in campo politico che in campo schermistico.

A 16 anni si arruolò nei bersaglieri con Garibaldi (e come non poteva avvenire?). Apprese la scherma da suo padre Achille e dallo zio Raffaele, cui rimase legatissimo per sempre, data la dedicazione del celebre manuale che sarebbe seguito, e da Annibale. Furono suoi maestri anche Mario del Tufo e Giacomo Massei. Partecipò a svariate competizioni schermistiche in Italia, vincendo il premio nel fioretto nel 1876 a Roma e poi a Napoli nel 1881, rispettivamente a 26 anni e a 31.

Insegnò in varie istituzioni napoletane, l'Accademia Nazionale di Scherma diretta dallo zio, la Reale scuola Navale e la Società di Scherma di Napoli. Non si sa dove abbia conseguito il diploma di maestro d'armi. E' probabile che, come per Eugenio Pini, fosse divenuto tale con un esame presso una sala scherma, al cospetto di una attendibile commissione, nemmeno lui compare però negli atti della Accademia Nazionale di Scherma, ma solo perchè questi partono solo dal 1886 data in cui venne sancita una sorta di ufficialità e centralità amministrativa e scolastica.

E' nel 1882 che avvenne il celebre concorso per redarre un manuale di scherma ad uso delle Accademie Militari e fu vinto da Masaniello.

Intanto Eugenio Pini, che aveva solo nove anni meno di Masaniello era a quel tempo un celebre duellante e un ottimo maestro. Si era anche lui arruolato nelle file dell'esercito ad una giovanissima età e come il Masaniello, ricordiamo come dal 1881 è a Livorno  come Insegnante d'armi della Accademia Navale, non è escluso che si conoscessero e che una certa parte del mondo schermistico guardasse a certi uomini e non al Parise per la redazione di un manuale. 

La testimonianza di Jacopo Gelli è aggiacciante, circa l'accoglienza di questo testo come manuale didattico, state a sentire:

Il Parise è il fondatore di una nuova scuola di scherma, momentaneamente adottata dal Ministero della guerra. Il sistema del Parise ha per base questo assioma: la fretta e la forza sono nemici capitali della scherma (Parise, pag. 32) e su questo principio sviluppa le sue teorie.

Pare, però, che i principi i quali informano la scuola del Parise, non hanno corrisposto completamente al desiderio e all'aspettativa generale; poiché, da ogni parte si sono sollevati oppositori fierissimi, e la stampa italiana e anche quella estera spesse volte ha criticato il sistema Parise (riconosciuto un aborto tanto dal lato pratico come da quello teorico), richiamando inutilmente l'attenzione del Ministero della Guerra sui resultati poco soddisfacenti, che questa nuova scuola di scherma ha dati e dà.
Dal canto nostro, riteniamo, che tanto gli elogi sperticati tributati al sistema Parise, come gli attacchi spesso veementi e non giustificati, di cui Scuola magistrale (non il sistema) è stata passiva, sono esagerati. La teoria della spada del sig. Parise non è senza pregi, anzi ne ha parecchi, benché si possa rimprverare all'autore di avere esclusi dalla teoria i coupés e le controazioni, che in pratica poi ammette.
Per la teoria di sciabola che si pratica quasi esclusivamente nelle sale d'armi militari, lo stesso Ministero della Guerra trovò, che il sistema non corrispondeva ai bisogni dell'esercito e incaricò il Parise di compilare un nuovo trattato, sulla scherma di sciabola. Il tentativo ripetuto fu scoraggiante
.

Anche se Jacopo Gelli volle ridimensionare il testo del Parise, era notorio che sia l'autore che la sua opera erano disprezzate in modo quasi unanime. Ciononostante lo preferirono ad Alberto Marchionni, Luigi Zangheri, a Cesare Enrichetti (Capostipite di una scuola eccellente di fioretto presso l'Accademia Militare di Parma)  e Giuseppe Radaelli, l'ideatore e perfezionatore di un sistema nuovissimo di scherma di sciabola.

Come avvenne in tantissimi casi italiani, la soluzione presa non fu certamente la più agile e la più salomonica. Fu preferito il trattato di Parise perchè era più puro, più storico, più unico. Le sottigliezze di Radaelli e la sua tecnica, furono contestate aspramente, i voti si riversarono su Parise, il quale individuò suoi collaboratori, Giovanni Pagliuca di Napoli, Salvatore Pecoraro di Portici, Carlo Pessina di Catania. il 1° Giugno 1884 la Scuola Magistrale di Scherma di Roma aprì i battenti. Tra i primi diplomati vi furono Agesilao Greco (1887), Italo Santelli (1889), Ettore Schiavoni (1890), Arturo Gazzerra (1893) e Francesco Tagliabò (1897).

Tutta lo studio e la fatica intrapresa per creare la scuola mista, con Marchionni e Pini, crollò in un attimo. Ma come abbiamo visto in precedenza i successi che avvvennero dopo, svincolati dal mondo Parisiano, furono notevoli e continuano ancora oggi.

Pare incontrovertibile che il diploma dovesse essere il contrappasso per poter insegnare e tutti si diedero da fare per prendersi il pezzo di carta tanto necessario, ma proponendo poi una scherma ricostruita, rigenerata, mista e non pura, come invece si voleva che fosse. Rileggendo Jacopo Gelli possiamo solo capire come le sue parole fossero scritte con penna ad inchiostro politico.

86 anni di scherma da...manuale

I nuovi manuali

La Spada

Passarono numerosi anni prima di arrivare alla fatidica decisione di pensionare il trattato di Masaniello Parise. 86 per la precisione. Già dopo la prima guerra mondiale si sentiva l'odore di pensione. L'autore era già morto a sessant'anni nel 1910 e la sua scuola era inevitabilmente ben sviluppata. Parallelamente però molti maestri portavano avanti le loro teorie e poche, va detto pochissime glorie sportive nascevano da detta scuola. Tutti i livornesi, come già descritto, erano la scuola italiana, non ufficiale. Tutti gli altri erano ben indietro. Pini aveva scritto il suo trattato, nel 1891, ben sette anni dopo il Parise, e considerati gli autori di autorevoli trattati che persero la gara per aggiudicarsi il concorso, non ci stupisce come ancora una volta fu scelto non il migliore nella materia, ma forse il più raccomandato. Ma il Pini fortunatamente scrisse il suo manuale nei suoi epigoni, principalmente il Nadi.

In quel trattato, per quanto riguarda la spada/fioretto mancavano tutti i colpi di fuetto e di coupé, cioè i colpi di intagliata e di frusta. Il testo di sciabola invece, è praticamente inesistente, cosa che inevitabilmente induce a pensare che il Parise la scciabola non la praticasse, benchè nel suo trattato compare una corretta e lungimirante tecnica che avrebbe fatto fortuna poi in Ungheria, ovvero il gesto di tirare i colpi di molinello con il perno al pugno anzichè al gomito, la base della scherma Santelliana. Il testo intero evidentemente divenne l'arma con la quale si voleva selezionare la classe magistrale, nel bene e nel male.

Già dalle prime olimpiadi dopo l'Italia iniziò a raccogliere i suoi grandi successi sportivi. Il panorama schermistico era ricco di talenti, sia come maestri che come atleti. Siamo incuriositi di come nessuno o quasi della scuola ufficiale di scherma, riuscisse a raggiungere risultati concreti. Il mondo sportivo seppe dare una risposta efficace e inequivocabile alla scherma superatissima dell'accademia.

Il primo manuale sulla scherma lo scrisse prima della seconda guerra mondiale e fu Giorgio Rastelli, anche lui allievo di Nadi. Abile sciabolatore, il suo trattato fu ripubblicato fino al 1950. Pur non essendo la scherma uifficiale, evidentemente il successo letterario gli diede alcuni, se non molti, seguaci, segno che il clima si stava raffreddando nei confronti di una accademia che non riusciva a rinnovare il metodo di insegnamento. I risultati dello studio di questo manuale vanno tutti ancora quantificati e mi prometto di studiare quanto prima quanto questo interessante manuale abbia inciso sui risultati sportivi in tutta l'Italia.

Intanto Giuseppe Mangiarotti incominciava a far fiorire i suoi atleti con notevoli successi nazionali e internazionali. Il suo metodo si andava perfezionando sempre più e rimaneva uno dei più interessanti talenti d'Italia. Non tutti sanno che un suo illustre parente era Luigi Peroncini Colombetti.

Nato a Stradella, in provincia di Pavia, Colombetti aveva 22 anni meno del Parise e dieci in più del nipote Giuseppe Mangiarotti. Visse a Torino per tutta la gran parte della sua vita e seppe insegnare una scuola mista di spada che fu la base di approccio a questa disciplina da parte del Mangiarotti. Si sa per certo che Colombetti era in contatto con Renaud che aveva la sua stessa età e sappiamo che Renaud soggiornò a Torino per alcuni periodi, nel 1901, tanto che alcuni pensano che certe influenze per certi versi nuove per la Francia, e consuete, per altre, le abbia elaborate durante i soggiorni italiani e precisamente a Torino. Bertinetti nel suo libro Colombetti nella vita e nelle opere, racconta come questo caposcuola insegnò a tutti una nuova arma da terreno, la spada, un'arma che non aveva niente a che fare con il ricamo lezioso del fioretto, che proprio in Francia stava per prendere una strada tutta sua, indipendente da tutto, mentre in Italia la cosa era del tutto difficile nonostante uno dei padri del fioretto italiano fu certamente Cesare Enrichetti dell'Accademia Militare di Parma.

Queste influenze e questi momenti di scambio rivoluzionario per l'attività sportiva e schermistica, non sono secondari, anzi, sono fondamentali per capire il reale clima sportivo, teorico e didattico nella scherma.

I successi sportivi di Mangiarotti andavano di pari passo con lo sviluppo della pratica della spada in Italia. morì anzianissimo nel 1970 e l'ultmo suo atleta che vinse una medaglia olimpica fu Giuseppe Delfino a Roma nel 1960, quando lui era già ottuagenario, e stava passando l'arma a due dei suoi allievi maestri più interessanti, Dario Mangiarotti, il figlio primogenito, e Marcello Lodetti, destinato a continuare e proseguire il lavoro di sviluppo sportivo e tecnico della spada in Italia, secondo la tradizione impostata dal caposcuola.

Nel frattempo si affacciavano nuovi talenti, a Vercelli, in Piemonte: Francesco Visconti. Allievo diretto di Colombetti che sarebbe morto nel 1958, seppe portare avanti una efficace tecnica schermistica forte di una invenzione che nelle sue mani arrivò alla maturità piena, l'impugnatura anatomica, o come la chiamavano allora ortopedica. Sotto il suo insegnamento arrivarono numerosi campioni colmando il periodo di assenza da titoli che si sarebbe potuto avere con la sccomparsa del Caposcuola Mangiarotti.

Nel 1955 la FIS durante la presidenza Bertolaja, chiese al Maestro di compilare una dispensa per gli allievi maestri per formarli tecnicamente. La dispensa è un sunto del trattato del Parise, svuotato delle raffinerie tipiche di una tecnica basata sulle geometrie statiche della guardia. Per la prima volta si guardava alla semplificazione del Parise con occhio moderato, con inserzioni tipicamente della scuola francese, che in Italia si erano tramandate tramite Colombetti e Mangiarotti. Ancora una volta era suola mista di scherma. Il testo non divenne mai un libro ufficiale, tanto che fino al 1969, come affermato da molti maestri ancora in vita, si studiava la scherma ufficialmente e anacronisticamente ancora sul Parise.

Fu Edoardo Mangiarotti che si decise a mettere sulla carta assieme ad un altro campione Aldo Cerchiari, le lezioni del maestro. Scrisse nel 1966 La Scherma, con Longanesi, testo tutt'ora commercializzato, in cui si intuisce che fu scritto a tre mani, con  il maestro che dettava e gli allievi che scrivevano, curando con abile precisione un compendio di informazioni che anche oggi sono fondamentali. Da questo testo si vede la scherma mista, che ha come base una scherma di fioretto completa e dinamica, nella quale si vedono le azioni disegnate e chiarite con una grafica semplice ed efficace, che mostrano l'azione con tratteggi che lasciano capire come eseguire il gesto correttamente, a differenza del Parise, che mette i suoi soggetti in posa come belle statuine.

Le molteplici informazioni e commenti che appaiono in introduzione, scritte da Gianni Brera, e dagli autori, oltre che nella prefazione, che mandavano messaggi espliciti a tutti i responsabili di settore, esortazioni, frecciate e accuse fecero certamente scaturire la decisione di riscrivere il testo per l'esame magistrale di scherma. Era il 1970.

Questa decisione appare piena di contraddizioni e di misteri. I meandri della storia di questo sport potranno far capire quando se ne presenterà l'occasione cosa indusse e cosa mosse l'animo dell'allora presidente della FIS Renzo Nostini a muovere questa importante decisione.

Nostini era buon amico di Mangiarotti, erano stati sportivi assieme, avversari e compagni di squadra ai mondiali, europei e olimpiadi. Furono avversari anche all'interno della Federazione quando fu commissariata e Edoardo ne fu uno dei suoi amministratori e successivamente, quando Nostini divenne presidente, per ben 34 anni. Era un eccellente fiorettista, allievo di Pessina, era uno strenuo difensore della scuola italiana purissima. Non a caso i manuali di Fioretto e di Sciabola vennero affidati a Pessina con l'aiuto di Pignotti. La Spada fu affidata nobilmente a Giuseppe Mangiarotti.

Come già accennato, i nuovi manuali furono affidati a tre grandi maestri italiani. Il 1970 vide la scomparsa del grande Giuseppe Mangiarotti. Il suo manuale di spada era in stesura e fu concluso dal figlio Edoardo, grande campione. Il testo è il connubio perfetto fra la scherma di Fioretto e di Spada che apparvero già nel manuale citato e redatto da Edoardo e Cerchiari. La struttura tecnica è identica e come già accennato fa immedesimare  non tanto il maestro che dà lezione, quanto un ipotetico allievo che costruisce la sua scherma pensando prima l'attacco con azioni basilari, poi la difesa.

Vediamo una comparazione semplice come si possa schematizzare, seguendo l'ordine del manuale del 1966 di Edoardo/Cerchiari e poi quello del Giuseppe del 1970.

Fioretto. Parte con il descrivere l'arma e poi passa alla guardia l'affondo, il passo avanti-affondo, la frecciata, gli inviti, le battute, le finte, l'intagliata (o coupé). A questo punto descrive, le parate, la rimessa, i controattacchi e il corpo a corpo. Quaranta pagine fitte di un'arma totalmente nuova, e per nulla legata a quella del Masaniello Parise. Inutile dire che in questi capitolo appaiono anche i tipi di botta, dritta e angolata, le circolate, le cavazioni, le finte, i trasporti, i riporti, gli sforzi, le pressioni, i fili e i fili sottomessi, ma tutti dentro un unico capitolo, dando al lettore il senso dello schermire moderno, cioè di uno che vuole far muovere l'atleta liberandosi dai geometrismi storici. Il tutto è descritto con semplici disegni, con delicate frecce che mostrano come si deve muovere la punta, per effettuare i gesti tecnici.

Spada. Anche la spada ha il medesimo schema del fioretto, ma va tenuto conto e questa cosa è importante, che conosciuto il fioretto bene, si può innestare la scherma di spada, ampliandone il bersaglio e le tecniche di tiro della stoccata. Per cui sulla base del fioretto si inseriscono le angolazioni al braccio. la riunita, l'arresto in contrazione, le prese di ferro, la frecciata, la frecciata in contropiede, il colpo al ginocchio e il colpo doppio. In queste due armi appaiono chiarissime due cose, la scherma di Mangiarotti, non parte con il voler dominare il ferro dell'avversario, ma con il voler dominare l'avversario inducendolo a fare la propria scherma, non a caso uno dei primi capitoli del manuale è proprio gli inviti, e le finte, e dopo, ma molto dopo arrivano le parate e le prese di ferro.

Sciabola. Questo capitolo appare scarno rispetto ai due precedenti, un po' come se volesse riempire le pagine che mancavano ad un trattato di scherma completo. Ma non è così. Diciamo che quanto descritto dal Mangiarotti/Cerchiari è frutto di un lavoro incessante di ricerca tecnica e stilistica, fatto principalmente in pedana, chiedendo materiale e confrontando idee e situazioni. Il capitolo si dipana con la descrizione dell'arma, e della guardia, così i movimenti di guardia, le tecniche di tiro, di punta e di sciabola, con le diverse sfumature a seconda della situazione che si verifica in assalto (cosa non trascurabile), i modi di attaccare, e di controattaccare, quindi le parate fondamentali, infine la frecciata. Il capitolo sembra senza ombra di dubbio povero, i fili sono trattati con sufficienza e mancano le cedute. Tutto ciò farebbe pensare (anche alla luce del futuro manuale firmato da Pignotti e Pessina) che la scherma di Mangiarotti Cerchiari di sciabola sia scarna e anche poco interessante, ma non è così. Il testo porta testimonianze fotografiche prese sul campo che riguardano i più grandi campioni del tempo, e persone che sono state contattate direttamente dagli autori, per ottenerne materiali e certamente confronti, la cui fonte non era strettamente necessario citare per ogni scelta tecnica. Al fondo compaiono i ringraziamenti  per le foto, dietro le quali si intuisce di cosa e di chi stiamo parlando, vale a dire: Joseph Bay, Attila Berzelly, Wladimiro Calarese, Pierluigi Chicca, Roberto Ferrari, Attilio Fini, Aladar Gerevich, L. Hamori, Zoltan Horvath, rudolph Karpaty, Lev Kooznetov, Pal Kovacs, Dario Mangiarotti, M. Mawlinkanov, Tomas Mendeleny, Aldo Montano, Luigi Narduzzi, Andre Palocz, Jerzey Pawlowsky, Yuri Rilski, Wojceck Zablocki, Geza Zirczy, e non solo perchè citati sono anche Bela Balogh e Janos Kevey.

Detto questo non voglio omettere che l'autore dichiara che le foto sono state estratte dagli archivi della FIS di Roma e di Milano e da collezioni private, prese durante le massime esibizioni sportive del settore, e che i suoi trattatisti di riferimento sono inevitabilmente per la sciabola il trattato di Guy e Claude Pedferre, il testo di Clery per il fioretto, e quello di Zibignev Czaikovski, oltre che il Masaniello Parise. Di quest'ultimo compare  la riproduzione di un disegno raffiguarnte il cartoccio.

Il Manuale di Spada della Federazione venne scritto da Giuseppe Mangiarotti, che come già detto era stato redatto nel concreto da Edoardo, il figlio, avvenne dopo la morte del grande maestro.

Il nuovo manuale, rispetto a quello scritto quattro anni prima, presenta diversità concrete e apparentemente inspiegabili. Se nel primo manuale si parte con una descrizione dell'allenamento, per poi passare alle posizioni di invito, nel nuovo si passa da una succinta descrizione dell'allenamento, senza i bei disegni esplicativi che nell'edizione del '66 facevano splendida figura, e poi si affronta il tema delle posizioni del braccio armato, come se fossero solo delle posizioni e non degli inviti. Forse per un esteta è solo una differenza linguistica, ma per un tecnico, qualcosa stona, anzi, qualcosa che non c'entra proprio con la spada, perchè una posizione è una posizione, mentre un invito è ben altro; il solo nome rimanda ad una enormità di situazioni e possibilità.

Dopo una breve sintesi del capitolo, con la ripresa dei formidabili disegni di Aldo Cerchiari, chiari e fulminei, si passa agli inviti e da questi anche ai legamenti. Una contemporaneità istruttiva che sarebbe nuova se non vi fosse stato il manuale di Giorgio Rastelli pubblicato nel 1942, di cui parleremo più avanti, per capire meglio Federazione, Scuole di scherma, Maestri, Editori e Trattatisti.

A questo punto il testo prende la forma che conosciamo e che rimarrà un unicum nella trattatistica italiana, ma non in quella francese, dal quale prende copiosamente e nel lessico e nella tecnica; si tratta del capitolo relativo alle Azioni Basilari della Spada, l'Offesa.

Giuseppe costruisce il capitolo come già visto, come un atleta che inizia un assalto e parte con l'offesa con una azione semplice al bersaglio avanzato con una botta dritta, poi con una opposizione, cercando i vari bersagli oltre il braccio e il petto, e cioè la maschera e il piede. Quindi con una cavazione, una circolata, con una controcavazione e una angolazione. Poi il filo, il filo sottomesso, e i fili chiamati fianconata di quarta e di seconda. A questo punto dopo che l'atleta ha appreso l'ABC dell'attacco sulle linee, apre il capitolo battute. Indica battute di tutti i tipi, di picco di tasto e di sforzo (oggi tristemente dimenticate anche da certi dispensatori di nozioni verbose, il perchè non si conosce), infine l'intagliata e l'intagliata di rovescio e le finte e le finte in tempo. il capitolo sull'attacco si chiude abilmente con alcuni chiarimenti.

Segue a questo punto il capitolo sulla difesa, con le azioni basilari, come di un atleta che deve difendersi dalle azioni citate nel precedente capitolo. Nulla da eccepire. Una serie concatenata e logica, pratica e chiara di come si deve affrontare l'assalto con azioni semplici e consecutive, come un discorso che non si arresta mai. Chiude il testo la ricca raccolta di domande classiche sullo sviluppo dell'azione e casistiche tipiche dell'assalto.

In sostanza i due testi non differiscono moltissimo. La trasformazione è avvenuta principalmente dal punto di vista grafico e anche in certe occasioni anche in alcune precisazioni, che evidentemente erano richieste per non differire troppo dagli altri due manuali.

Il Fioretto

Come avrete potuto capire il fioretto in Italia si divideva amaramente in una scuola ufficiale ed una non ufficiale. La prima, quella di Masaniello Parise, che si era impiantata da Napoli a Roma, aveva prodotto numerosissimi maestri, che nel tempo avevano prodotto numerosi allievi, ma pochi e contatissimi campioni. La seconda, al contrario, vilipesa e dileggiata, faceva capo ad alcune scuole italiane, la cui capofila era quella toscana derivante da Pini e Nadi. Le altre, la veneziana di Giuseppe Galante, che affondava nella ricerca storica dei numerosi manuali storici (considerata bislacca e fantasiosa da Nadi nel suo Con la maschera e Senza, ma non senza stima e ammirazione per un lavoro onesto e sofisticato, che oggi chiameremmo originale e storicistico), ma anche quella Fiorentina e le dimenticatissime scuole di scherma che si dipanavano nell'Europa e oltre il Mediterraneo.

Il Manuale che nel 1970 ebbe la luce, fu opera di due Maestri eccellenti Ugo Pignotti e Giorgio Pessina. Ai due fu dato incarico dopo che una apposita commissione fu messa assieme dalla Federazione, nelle persone di Giulio Comini, Umberto Lancia, Giuseppe Mangiarotti, Giorgio Pessina, Ugo Pignotti, nonchè Arturo De Vecchi, Edoardo Mangiarotti, Alfredo Pezzana. Da questo gruppo sono abilmente esclusi tutti i detentori della tecnica fiorettistica e sciabolistica, della linea Pini, Nadi, Santelli. Preservata la linea Mangiarotti di Spada, si privilegia enormemente la scuola centro meridionale, delineando i due rappresentanti tipici, il Pessina figlio di Carlo, primo diplomato della Accademia Nazionale di Napoli, e Ugo Pignotti allievo di Roberto Raggetti fiorentino, a sua volta allievo di Beppe Nadi e amico stimatissimo di Nedo, in pedana e fuori, è di fatto uno dei pochi schermitori che in quegli anni potevano dire di aver avuto un rapporto stretto con il mito in persona ed esserne stato ricambiato ampiamente. Un modo per sancire la scelta dell'autore, (che era comunque validissimo campione e maestro!) accanto al Pessina, appartenente alla scuola probabilmente, meno amata d'Italia.

Il nuovo manuale dopo le descrizioni iniziali, del fioretto, passa a descrivere la guardia. tranne che alcune differenze, non è dissimile da quella del Parise; le gambe un po' più strette, ma ben piantate per terra, braccio flesso, ma solo un pochino di più rispetto a quella del Parise. Il pugno armato sempre all'altezza della spalla centimetro più centimetro meno.

L'intera opera però segue strettamente l'impostazione di Masaniello, non è diviso in lezioni, ma in azioni, prende a prestito dal Mangiarotti le sezioni sull'offesa e la difesa, ma non ne capisce assolutamente il senso, inserendo come nel Mangiarotti fra le prime pagine, azioni come la frecciata, assieme con gli atteggiamenti con l'arma, e le relazioni fra bersagli, legamenti e inviti, anche se per ora non ha ancora spiegato nessuno dei tre, in particolar modo. E' così che introduce la cavazione, i legamenti, i fili e i trasporti e riporti e le battute, cioè tutte le azioni sul ferro, da farsi in attacco all'avversario.

La difesa è riassunta di sette brevissime e condensatissime pagine, che possiamo raccogliere in una sola parola: le parate, alle quali aggiunge le cedute e i passaggi di parata, come nel Mangiarotti, tradendo (fino a quel momento) una influenza che vorrebbe abbandonare il Parise, ma si riprende immediatamente, inserendo una infilata di capitoli che sono tra i più ostici del trattato stesso e che ne rivelano invece una sorta di tradizione portata avanti dai più di 80 anni e cioè i capitoli sulle Azioni Composte,  Azioni Ausiliarie,  e così un capitolo faraginosissimo, con numerose combinazioni di azioni ri risposta e di evasione, ad una azione data, sulla base di parate di contro, mezza contro, filo, filo e circolata e doppia circolata, con e senza cavazione. Quindi si apre un capitolo che magicamente parla per la prima volta degli elementi fondamentali della scherma, fra cui le tre dimensioni della scherma italiana: il tempo la velocità e la misura. Ci si sarebbe aspettati di trovare queste parole all'inizio, ma invece sono ben oltre la metà del testo, a pag. 98. Questo stratagemma serve agli autori per introdurre appropriatamente il tema dell'uscita in tempo e le sue azioni.

Le uscite in tempo, di fatto non sono una novità così come questa seconda parte del manuale, ovvero quello dal quale si dipartono le numerose combinazioni di finta e cavazione, circolata, circolata e cavazione, di doppia circolata e così via. Sono 20 noiosissime pagine che compaiono sotto forma di lezioni, anche nel Parise, così come le uscite in tempo. Senza tanti preamboli si può dire che siano le medesime, ma raccontate con una semplicità che alla cultura del Parise nel 1884 era sconosciuta. Pessina Pignotti le elencano così: Colpo d'arresto, Cavazione in tempo, Appuntata, Imbroccata, Inquartata, Passata sotto, Contrazione, Controtempo, Finta in tempo, Colpo d'arresto sull'uscita in tempo, Scandaglio, Traccheggio, più altre due che possono essere considerate delle precisazioni o delle migliorie più che delle uscite intempo vere e proprie.

Masaniello Parise, le elenca così: Colpo d'arresto, Appuntata, Cavazione in tempo, Imbroccata, Inquartata, Passata sotto, Controtempo, Finta in tempo, Finta di cavazione in tempo e controcavazione in tempo, Traccheggio, Parata di misura.

Fra questo e gli altri, la cavazione in tempo è posta prima dell'imbroccata, per il resto nel Pignotti Pessina, uscire di misura non è una uscita in tempo (parare di misura).

Dulcis in fundus, i quadri sinottici come nel Parise, semplificati e adattati al nuovo testo.

Non è eretico pensare che il nuovo manuale di Fioretto della FIS sia una pallida evoluzione del Masaniello Parise del 1884.

La Sciabola

La sciabola in Italia, ha una tradizione strana per certi versi ed epica per altri. Prima di Aldo Montano, alle olimpiadi la medaglia d'oro venne vinta da Nedo Nadi. Leggende dicono che quell'anno gli ungheresi non parteciparono, pertanto Nadi si troò la medaglia bell'e pronta. Chissà; resta il fatto che dopo Nedo sono numerosi i secondi posti degli italiani un po' dappertutto, puntellati da alcuni successi in campo mondiale ed europeo. La scuola di sciabola, iintanto, dal punto di vista degli uomini e delle tradizioni si andava trasfromando e il lavoro sul campo cominciava a diminuire e il numero degli atleti che praticavano l'arma diminuiva considerevolmente, generando alcune aree predilette per l'esercizio di questa disciplina. Livorno, Bologna, Napoli, Foggia, Padova, solo per citare i più ricchi di atleti nel campo.

Si decise come già detto nel 1961 di riscrivere i manuali delle tre armi, portando a compimento l'opera solo dieci anni dopo, nel 1970. La sciabola chiuse la trilogia, nel 1972. La prefazione di Nostini un po' ironica e succinta, recita che il progetto intrapreso nel '61 non si può certo dire che sia stato dei più rapidi. Profondamente ricca di eventi e lunga la presidenza di Renzo Nostini, fu l'epoca che portò una stabilità e un aumento di società e di atleti, costanti nel tempo, che oggi stupisce. Sempre nella prefazione una frase dichiara che questo manuale di sciabola, è il miglior frutto di quanto si possa elaborare in Italia, poichè "la vittoria olimpica [a Monaco], ha confermato una volta di più che la scuola italiana è sempre tra le più valide nelle sue forme, che ci sono state trasmesse dai nostri vecchi maestri capiscuola (Radaelli, Masaniello Parise, Carlo Pessina). La scuola italiana diffusa in tutto il mondo e particolarmente a Budapest dal meastro Santelli, (uno degli allievi prediletti del Maestro Carlo Pessina), dopo aver dato all'Ungheria la possibilità di conquistare tante vittorie che le hanno permesso di mantenere il predominio assoluto in campo mondiale per oltre trent’anni, esprime — dopo la non corta parentesi russa — il meglio del suo contenuto con i nostri cinque sciabolatori che a Monaco surclassano i sovietici eredi degli ungheresi". O qualcosa sfugge a me, oppure Nostini la nasconde a noi...

Intanto Italo Santelli a Budapest dal 1896, muore nel 1945, lasciandosi morire durante un bombardamento, dopo che la figlia era morta ugualmente tempo prima sotto le macerie. Giorgio il figlio emigrò negli stati uniti quasi subito dopop la guerra, esercitando abilmente la professione di mestro per motlissimi anni. Ritrovare informazioni su di lui sarebbe interessante.

Italo, sappiamo per certo che era diplomato a Roma, come riporta Gaugler nella sua Storia della scherma, diploma che prese certamente sotto le direttive di Carlo Pessina, che allora dirigeva la scuola, assieme a Purcaro e Masaniello Parise. Che fosse l'allievo prediletto è probabile, ma che questo abbia valore dal punto di vista schermistico lo dubito fortemente.

Vediamo cosa succede a Budapest. Lo desumiamo da un manuale scritto nel 1988 e pubblicatol'anno seguente a Budapest, da Csaba Zarandi. Questo Maestro era negli anni '70 uno dei più importanti ed era anche il direttore dei corsi schermistici del Magyar Testenevelési Egyetem, l'Università Sportiva Magiara, in Budapest. Riconosciuto da tutti come il più autorevole e stimato, ricevette l'incarico per condensare l'insegnamento dei maestri capiscuola che generarono la grande scuola ungherese e ricevette l'incarico soprattutto per i meriti insegnativi e per i successi sportivi, che non elenchiamo qui per ovvie esigenze di spazio e di levità letteraria.

Zarandi era allievo di Suts e Szabo, allievi diretti di Santelli,, morto nel 2004, più che ottuagenario, vide e conobbe il mito, giusto per chiarire la genealogia schermistica di questo valente insegnante. Il manuale che lui redige, presenta una ventina di pagine dedicate alla storia della scherma, dal Filippo dal Serpente agli ultimi trattatisti che erano e furono di riferimento per lo sviluppo della scherma sportiva. Graficamente i nomi di maestri e degli atleti, sono stampati con evidenti sottolineature, non so  se per volere dell'autore, o per abitudine ungerese, resta il fatto che il manuale ha la particolarità di essere scritto in una impentrabile lingua, in cui i protagonisti citati sono facilmente rintracciabili da chiunque.

Non racconterò se non alcune cose interessanti di questo importante manuale, tralasciando le belle pagine di Giorgio Rastelli e del suo trattato bellissimo e rapido La scherma edito nel '42, ma che riprenderò più avanti, assieme altrattato di Arturo Volpini, sia di sciabola che di spada, per aprire un capitolo del tutto diverso da quello che sto affrontando ora.

Ebbene, Zarandi, intanto scrive molte pagine, solo sulla sciabola, e mette pochissimi disegni, appena sette pagine su 131. disegni infantili, ma tremendamente chiari e schietti. Tratta la sciabola con l'intento di far capire che è una disciplina a sè, che pur avendo punti di contatto con altre armi, si è sviluppata da sola e ha sviluppato le sue tecniche che non sono mischiate con quelle del fioretto e della spada; un po' come aveva fatto Mangiarotti, individuando una disciplina a sè per quanto riguarda la spada, pur mostrando per evidenti somiglianze, gesti e azioni in simililtudine con il fioretto.

Nel maunale di Zarandi i grandi assenti sono Pessina e Masaniello Parise, non c'è altro da dire, mentre compaiono a più riprese Radaelli e Barbasetti, i grandi bocciati del concorso di sciabola al tempo in cui vinse Masaniello e la sua scuola. Le tracce di questa eredità sono le nomenclature delle azioni e delle tecniche, a partire dalle parate, Prìm, Szecond, Terc, Kvart, Kvint, il passo Ballestra, il Filo, e poi le azioni fatte A tempò, e poi successivamente le altre azioni chiamate Appuntata, Inbrokata, Inkvartata e la Passata di sotto.

Sono propenso a credere che la scherma di Santelli, fosse manualisticamente parlando figlia di una pratica e un apprendimento fatto sul campo e poi tramite le scuole di Radaelli che ne fu l'inventore e Barbasetti che certamente ne fu l'epigono, tanto più che questi operava nel medesimo impero austro-ungarico, cioè a Vienna. Di Parise e Pessina, non so cosa ci potesse essere, se non alcune iniziative e azioni che però dal punto di vista della sciabola furono perse o elaborate nel tempo per ottenere gesti perfetti ed efficaci.

Il Manuale di Pignotti & Pessina, invece presenta svariate stranezze, come il filo di terza e di seconda, certamente possibili, ma di rarissima esecuzione, e le derivate cedute di quarta e prima che nella dinamica dell'assalto di sciabola, oltre che essere ardue, sono quanto meno grottesche. Rispetto al manuale di Zarandi, le uscite in tempo, così chiamate, non contemplano la passata sotto, che recentemente abbiamo visto fare agli atleti Coreani, durante le olimpiadi, tradendo così l'origine della loro scuola, probabilmente russa, di scuola ungherese.

Inutile dire quanto fosse importante per Nostini che il proprio maestro (Giorgio Pessina) fosse tra gli autori anche di questo manuale e non solo di quello di fioretto. Motivo era il dare continuità alla tradizione, ossequiando una scuola che aveva dato rarissimi campioni olimpici (quella romana-napoletana) unitamente a quella Toscana, che invece di campioni ne aveva dati con costante flusso.

Manuali del '900

E' curioso riflettere come in una epoca in cui le macchine calcografiche da stampa fossero avanzatisime, il 1900, i manuali di scherma siano così pochi, in rapporto a quelli pubblicati nel passato.

Non voglio fare raffronti con le altre nazioni perchè l'unica nazione che vanta una pubblicistica in merito di vastissimo respiro è l'Italia. Se stiamo alla biblliografia di Masaniello Parise, tanto per parlare la medesima lingua, i testi pubblicati in Italia nel 1600, sono venticinque; otto nel 1700, e trentotto nel 1800. Se non consideriamo il testo di Barbasetti scritto nel 1900 a Vienna, in Italia nel 1900 sono pubblicati solo otto manuali, ovvero quello triarmi di Giorgio Rastelli, i due di Arturo Volpini, quello di Mangiarotti Cerchiari, i tre della Federazione e infine, l'ultimo quello di Marcello Lodetti. Singolarissima la genesi di questo manuale pubblicato dalla Casa editrice Mursia, prima in Italia nella pubblicazione della manualistica di tutti i tipi. Fiorenza Mursia, si vide voler completare la collana dei manuali pubblicati, includendo la scherma, un po' come aveva fatto Sperling e Kupfer di Milano con Rastelli. Fece, come è giusto fare sempre, una indagine fra i maestri più preparati e stimati d'Italia e scelse Marcello Lodetti, il quale, restìo e anche un po0 di malavoglia fu convinto a scrivere questo testo triarmi perchè si vociferava che la scherma scritta stesse per scomparire dal mondo, e ancor peggio dall'Italia. Fu così che per opera di uno dei più longevi e operosi maestri itlaiani oggi, se si vuol ripartire a scrivere un testo sulla scherma, il testo fermo dal quale ricominciare è il Lodetti.

Come ci vedono

Mi capita fra le mani un testo inglese di scherma, FENCING, essential skills trainings, di Ed Rogers, giovane maestro edito nel 2003 per Crowood. Il testo è singolare e lo voglio analizzare per mostrare come la scherma italiana sia spiata e contagiosa a tutti i livelli (abbiamo visto cosa accadde per la sciabola dalla scuola di Radaelli, Barbasetti, Santelli in Ungheria) e anche in varie nazioni, e come la scuola italiana possa essere vista e anche non vista da chi si occupa di scherma in maniera costante e seria, cioè come professionista.

Cominciamo con il dire che il testo è ben stampato, con disegni sempilci e chiari. Poche parole per un maestro che scrive e spiega chiaramente ogni più piccola combinazione tecnica. I fondamentali (passi avanti e indietro, la posizione da tenere con l'avversario) non il saluto, cosa strana per uno schermitore!, l'affondo, e la frecciata, come appare nel Mangiarotti Cerchiari. Poi le posizioni fondamentali dette guardie, come in antico, che allo stesso tempo sono da considerarsi, le battute, le parate e gli inviti. Un tocco di tradizione antica, come si usa nel Regno Unito. Ed, poi passa rapidamente a parate e risposte, alle quali dà la possibilità di risppondere direttamente, con circolata o con cavazione, ma senza l'uso della finta, che le la scuola inglese, pare sia un'altra cosa, come poi vedremo.

A questo punto si inserisce l'attacco diretto e di seconda intenzione, spiegando esaurientemente la cosa e anche in maniera chiara, tanto che proverò in un'altra pagina a definire questa azione tanto usata, con le sue stesse parole, tanto è limpida. Infine descrive le prese di ferro e i fili, quindi le cedute e per Ed Rogers il fioretto è terminato. Conclude con numerosissime combinazioni di azioni con un Fencer A e un Fencer B, descrivendo cosa deve fare uno e cosa l'altro, in opposizione, tanto che il manuale può essere usato da due schermitori alle prime armi per arricchirsi a vicenda provando e riprovando (bravo Ed!), Infine il capitolo si chiude con un paragrafo sul Maestro e come deve insegnare, suggerimenti preziosi e anche conosciuti.

Mi preme a questo punto fare alcune sottolilneature, per far capire di che si tratta questo manuale, fresco e di agevole consultazione.

Il lessico. Per un 30% la terminologia è tutta italiana, a cominciare dalle guardie che si chiamano Prime, Seconde, Tierce, Quarte, Quinte, Sixte, Septime, Octave, Raised Sixte, non importate dal francese o dallo spagnolo, e nemmeno traslate in inglese, First, Second, Third ecc... e così valgono alcune altre azioni come il passo Balestra (sic) e Parrade e Ripostes (parate e risposte), le cedute, Cedars.

Diversamente per un buon 40/50% il lessico è di origine francese, le Prise de fer (prese di ferro, che in Italiano sono sinonimo anche di fili in certi casi e in altri di legamento, perchè in Italia la scherma ha infinitesime sfumature e non è mai da considerarsi blindata né nel lessico e nemmeno nel gesto) la Coulé, l'engagement, le degagement (il legamento in senso proprio e lo svincolo), la Pronation (del pugno) e le Rassemblement, (la riunita), il Corps à corps (sic=il corpo a corpo) e un'altra dozzina di azioni che qui ometto per non tediare chi legge. La restante parte è una ovvia traduzione in inglese da entrambi i repertori citati, come Attak, Cut, Step backward, Step forward, Stop-hit, Stop-cut, ecc...

La tecnica è importata decisamente dalla scuola francese e da quella italiana, senza mezzi termini, è una scuola mista, dalla quale manca decisamente tutto il repertorio della scherma ferro libero in ivito e senza invito, conducendo l'atleta a preparare gli attacchi di prima e seconda intenzione con una enorme varietà di stili e combinazioni. Mancano tutte le posizioni di pugno che l'autore descrive mentre insegna il gesto, e anche se questo è un valido metodo di insegnemento, l'alteta deve avere la varietà di colpo e di combinarlo a piacimento durante la lezione e il maestro deve conoscere in origine le posizioni, per poterle combinare nell'insegnamento come meglio crede. Mancano le varietà dei colpi sul ferro, le battute di picco, di tasto e di sforzo, così come i disarmi, i quali benchè utilizzati pochissimo e rarissimamente, sono di aiuto nel conoscere le potenzialità del gesto in sè. Infine sono omesse gran parte di quelle azioni che nella tradizione italiana sono indicate come azioni ausiliarie e uscite in tempo, ovvero l'inquartata, la cavazione in tempo, le battute di passaggio, i copertini, l'appuntata, l'imbroccata, ecc...

Mi sono soffermato solo sul fioretto per non tediare troppo il lettore, perchè le cose da dire sulla spada e sulla sciabola sarebbero ancora tante. Invito ogni interessato a visionare il testo per rendersi conto di come si insegni tanta scherma in maniera poco completa.

Va detto infine che nella bibliografia in fondo al testo, l'unico italiano citato è Gil Pezza, un formidabile schermitore, che per dovere di cronaca, è italo americano, e che è stato allievo di Volpini, Mangiarotti Lodetti e Kevey presso la prestigiosa società del Giardino di Milano e ora residente in USA. Gli altri autori citati sono di prim'ordine, ma ripeto nessun italiano...e si vede.

Gli avvenimenti Lombardi

Cominciava l'epopea dells scherma in Italia, con le sue innumerevoli sale, palestre, società, già alla fine dell''800. Silenziosamente un uomo brevilineo, si aggirava agilmente fra la Svizzera e l'Italia con un solo obiettivo: la scherma.

Duellisti, maestri, giornalisti, uomini d'onore, padrini, medici, mariti cornuti, felloni inamidati, gentaccia, nobiluomini, spadaccini, noti e meno noti, storici, manualisti, quaquaraquà e molti altri, era il mondo variegato della scherma di quel tempo, forse non dissimile da quello di oggi, tranne che per un dettaglio, oggi manca quell'uomo che fu l'iniziatore della spada moderna nel mondo: Giuseppe Mangiarotti.

Già nel 1906 si adoperò per costituire la sua sala scherma, non senza mille difficoltà. Un giorno gli eredi formidabili di una storia ancora celata nel riserbo della famiglia, speriamo che verrà raccontata. Giuseppe incominciò da subito a guardare alla scherma in maniera sportiva e non più con l'occhio del maestro che formava quelle persone che erano per tantissimi motivi destinati ad essere mandati in pensione con tutti i filistei tramite sua eccellenza il Duce. La sua pupilla guardava oltre quel mondo che si guerreggiava per un futile motivo. Guardava le olimpiadi, gli atleti, la forza, l'onore, ma anche il progresso atletico, tecnico. Era un pioniere. Gareggiò a Londra nel 1908 e arrivò quarto. I suoi maestri Baudry e Renaud, avevano formato un allievo silenzioso e riflessivo, autorevole e tenace. L'occhio attento e la mano prodigiosa era capace di sviluppare metodo e sviluppo tecnico. Nel 1970 contò 36 medaglie olimpiche nei suoi allievi, tredici solo di suo figlio Edoardo, il più grande di tutti i tempi, che resterà per sempre ineguagliato. Altri tempi, altre regole, altri risultati. Curioso che nella sala Mangiarotti l'unico maestro fosse Giuseppe, il figlio Dario e Marcello Lodetti. Se altri ve ne erano (e ce ne erano) questi divennero unici e celebri perchè bravi, se non bravissimi.

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Non era facile stare in sala con Giuseppe, un vero comandante, ma anche capace di valorizzare e intuire la stoffa di chi sapeva avrebbe potuto portare avanti un discorso. Intanto la Sala Mangiarotti di Milano cresceva in numero e il Giardino che non poteva farsi sfuggire un così abile forgiatore di campioni, lo coinvolse nella sua prestigiosa sala in centro a Milano e contemporaneamente si trovò a servire due padroni: sé stesso e la più antica sala scherma d'Italia. Ma si era trattenuto per sé e per gli altri un formidabile giovane che era in grado di svolgere il lavoro assieme a lui e di metterci del suo, rubandolo, mischiandolo, elaborandolo e facendolo diventare originale ed efficace, in pratica unico e a volte inimitabile. Si apriva in Lombardia uno spiraglio nella scuola più prestigiosa d'Italia, un bagliore sulla lama del maestro rifulgeva fuori dalla Mangiarotti. Quello scintillio si chiamava Marcello Lodetti, ma non era un timido riflesso, un parco rilucere passeggero. Era una luce penetrante, a volte devastante, una luce che sapeva far tremare di vita la più pallida fogliolina atletica che spuntava in una sala scherma.

Si trovò giovane, anzi giovanissimo pieno di richieste. Maestri che videro il suo talento, le capacità tecniche e la passione, veniva chiamato da tutti, e da tutti quelli che già erano bravi e conosciuti. Si spese per tutti con una professionalità unica, e dove poteva dare, dava, e se non poteva dare, cambiava sala scherma, lasciando dietro di sè uno strascico di persone che gli volevano bene, perchè era una persona speciale.

Nella sua lunga vita portò la sua ricchezza di maestro in queste sale scherma:

CUS Pavia, Club Scherma Novara,

Club Scherma "Felsinia" Bologna,

Centri di Addestramento C.O.N.I. (via Cerva) Milano,

Circolo della Spada Mangiarotti Milano,

Associazione Schermistica Busto Arsizio,

Associazione Scherma Pro Vercelli,

Circolo Scherma Ras Milano,

Cofondatore della Polisportiva " Scuola e Sport" Desio (MI) e primo Maestro della Sez. Scherma nel 1990

Circolo della Spada M°Marcello Lodetti ASD Milano

e chissà quanti atleti ebbe a formare di altre società che in amicizia gli chiesero en passant, durante un allenamento congiunto con la nazionale, durante una chiacchierata sulla soglia della pedana, frugando durante una lezione a lato della palestra. Innumerevoli.

I campioni possono certamente urlarlo dalle loro balconate, gli alteti possono certamente veicolarlo di parola in parola. Quelli che portano il vessillo sul braccio e di lui sono eredi, continuano a fare quel che faceva Marcello: insegnare.

Tutti gli altri, se lo vogliono, apprendono umilmente ancora oggi.